Comunicazione entro il 30/04 per le strutture sanitarie private

Le strutture sanitarie private hanno l’obbligo di comunicare annualmente all’Agenzia delle Entrate i compensi riscossi in nome e per conto di medici e paramedici professionisti, in relazione alle prestazioni mediche e paramediche da questi ultimi rese all’interno delle medesime strutture in esecuzione di un rapporto intrattenuto direttamente con il paziente, per le quali vige l’obbligo di riscossione accentrata in capo alla struttura sanitaria.

Il paziente assistito da un medico o paramedico professionista all’interno di una struttura sanitaria privata non può pagare il corrispettivo della prestazione direttamente al professionista, ma deve eseguirlo, sia esso in contanti, tramite assegno o altro mezzo di pagamento, “nelle mani” della struttura sanitaria, che agisce in nome e per conto del professionista. In particolare, l’obbligo di incassare i compensi in nome e per conto del medico o paramedico professionista riguarda le “strutture sanitarie private” che ospitano, mettono a disposizione del professionista ovvero gli concedono in affitto i locali della struttura aziendale per l’esercizio di attività di lavoro autonomo mediche o paramediche.
Per “strutture sanitarie private” s’intendono le società, gli istituti, le associazioni, i centri medici e diagnostici e ogni altro ente o soggetto privato, in qualsiasi forma organizzati, che operano nel settore dei servizi sanitari e veterinari.
Per attività medica e paramedica s’intende quella di diagnosi, cura e riabilitazione resa nell’esercizio delle professioni ed arti sanitarie soggette a vigilanza ovvero individuate con decreto del Ministro della Salute.

Le somme riscosse dalla struttura sanitaria rilevano, ai fini della tassazione, nei confronti del medico o paramedico professionista, mentre la struttura sanitaria che ne cura la riscossione, funge da tramite tra il prestatore di lavoro autonomo ed il paziente. Ne consegue che il professionista che esegue la prestazione sanitaria è tenuto ad emettere fattura nei confronti del paziente. Il corrispettivo della prestazione professionale, invece, sia esso in contanti, tramite assegno o altro mezzo di pagamento, deve essere incassato dalla struttura sanitaria che agisce in nome e per conto del professionista. Una volta effettuata la riscossione del corrispettivo dal paziente, la struttura provvede a riversare la somma al professionista annotando le operazioni (riscossione e versamento al professionista) nei propri registri contabili o in un registro appositamente istituito.

In relazione alle suddette operazioni di riscossione accentrata, le strutture sanitarie private hanno l’obbligo di comunicare all’Agenzia delle Entrate l’ammontare dei compensi complessivamente riscossi in nome e per conto di ciascun medico o paramedico professionista. La comunicazione deve essere trasmessa esclusivamente in via telematica, entro il 30 aprile 2015, utilizzando i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Fisconline o Entratel).
La comunicazione deve contenere: a) i dati identificativi della struttura sanitaria; b) il codice fiscale e i dati anagrafici di ciascun professionista; c) l’importo dei compensi complessivamente riscossi in nome e per conto di ciascun professionista.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che nella comunicazione devono essere indicati esclusivamente i compensi effettivamente riscossi tra il 1° gennaio 2014 ed il 31 dicembre 2014, mentre non assumono rilievo i compensi dovuti in relazione a prestazioni eseguite entro il 31 dicembre ma incassati in data successiva, ancorché fatturate entro il 31 dicembre 2014.
In caso di errori od omissioni è possibile annullare la comunicazione errata, inviando una nuova comunicazione “sostitutiva” non oltre il termine ordinario (30 aprile 2015).

Per le violazioni degli obblighi derivanti dalla riscossione accentrata, sono previste a carico delle strutture sanitari private le seguenti sanzioni:
– violazione dell’obbligo di incassare il compenso in nome e per conto del medico o paramedico professionista, da 1.033 euro a 7.747 euro;
– omessa registrazione dell’operazione di riscossione nelle scritture obbligatorie o in apposito registro, da 1.033 euro a 7.747 euro;
– omessa trasmissione telematica dei compensi incassati in nome e per conto dei professionisti, da 258 euro a 2.066 euro;
– trasmissione di dati incompleti o non veritieri, da 258 euro a 2.066 euro.

I medici convenzionati col Servizio sanitario nazionale non pagano l’Irap

Secondo quanto disposto dalla Corte di Cassazione in materia di Irap, i medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale, aventi almeno uno studio professionale ai fini dell’esercizio dell’attività, non scontano il tributo (Corte di cassazione – ordinanza n. 6330/2015).

L’orientamento della Corte di Cassazione che, sull’argomento si è espressa già in precedenza ribadendo l’insussistenza del presupposto impositivo Irap, muove esclusivamente sulle caratteristiche funzionali e strutturali di tale convenzione.
In particolare sul piano funzionale, la giurisprudenza ha precisato che, l’attività del medico in regime di convenzione coopera a rendere effettiva la tutela della salute, in modo che non solo la disponibilità di moderni e anche costosi mezzi, ma anche la predisposizione di una struttura con determinate caratteristiche, prima che l’esigenza di garantire il lucroso esercizio della professione, presidia quella di individuare i bisogni del malato e di migliorare le capacità assistenziali di ciascun medico, il che comporta anche una riduzione della spesa sanitaria.
Sul piano strutturale, invece, la convezione richiede al medico la disponibilità di almeno uno studio con le seguenti caratteristiche:
– deve essere dotato degli arredi e delle attrezzature indispensabili per l’esercizio della medicina generale, di sala d’attesa, di servizi igienici, di illuminazione e aerazione idonea, compresi gli strumenti di ricezione delle chiamate;
– deve essere adibito o esclusivamente a studio medico con destinazione specifica o anche essere inserito in un appartamento di civile abitazione, con locali appositamente dedicati;
– se è ubicato presso strutture adibite ad altre attività non mediche o sanitarie soggette ad autorizzazione, deve avere un ingresso indipendente e deve essere eliminata ogni comunicazione tra le due strutture;
– deve essere aperto 5 giorni alla settimana, secondo un orario congruo determinato dal sanitario e in relazione alle necessità degli assistiti iscritti;
– le visite devono essere erogate attraverso prenotazione.

Pertanto, sulla base di tali considerazioni, la disponibilità di uno studio, da parte dei medici di medicina generale convenzionati con il servizio sanitario nazionale, avente le caratteristiche sopra indicate e obbligatorio ai fini della convenzione, non scaturisce autonoma organizzazione e pertanto non costituisce presupposto impositivo dell’Irap.

Gli adempimenti nello “split payment”

L’Agenzia delle entrate con la circolare n. 15/E del 2015 ha fornito ulteriori chiarimenti in ordine all’ambito applicativo dello “split payment” cioè il meccanismo della scissione dei pagamenti e agli adempimenti da espletarsi da parte dei soggetti coinvolti nella sua applicazione

Soggetti destinatari e non

A decorrere dal 1° gennaio 2015, con il meccanismo della scissione dei pagamenti al fornitore del bene o del servizio viene accreditato il solo importo del corrispettivo pagato dalla Pubblica Amministrazione, al netto dell’IVA indicata in fattura. Tale imposta viene, quindi, sottratta alla disponibilità del fornitore e accreditata in un apposito conto per essere acquisita direttamente dall’Erario (art. 17-ter del Decreto IVA inserito dall’art. 1, co. 629, lett. b), Legge n. 190 del 2014).
Nell’ambito soggettivo di applicazione dello split payment devono essere compresi, oltre agli enti espressamente elencati nell’articolo 17-ter del D.P.R. n. 633 del 1972, anche i soggetti pubblici che, in quanto qualificabili come loro immediata e diretta espressione, siano sostanzialmente immedesimabili nei predetti enti.
Sono da ricomprendere, ad esempio, anche i Commissari delegati per la ricostruzione a seguito di eventi calamitosi che gestiscono fondi di apposite contabilità speciali, qualificabili come organi dello Stato, nonché i Consorzi di Bacino imbrifero montani, in quanto consorzi tra enti locali obbligatori, ed i consorzi interuniversitari costituiti per il perseguimento di finalità istituzionali comuni alle università consorziate.
Lo split payment non può, invece, essere applicato alle operazioni effettuate nei confronti degli enti previdenziali che non hanno natura pubblica.
In linea generale, devono ritenersi esclusi gli enti pubblici non economici, autonomi rispetto alla struttura statale, che perseguono fini propri, ancorché di interesse generale, e quindi non riconducibili in alcuna delle tipologie soggettive annoverate dalla norma menzionata. Sono esclusi anche la Banca d’Italia e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI).
È possibile avvalersi, al fine dell’individuazione dei soggetti pubblici destinatari della disciplina della scissione dei pagamenti in base alla categoria di appartenenza, dell’ausilio dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (c.d. IPA).
In caso di incertezza per i fornitori è sufficiente attenersi alle indicazioni fornite dalla PA committente o cessionaria, nel presupposto che la predetta PA abbia tutti gli elementi per valutare i propri profili soggettivi in ordine alla riconducibilità della stessa nell’ambito applicativo della scissione dei pagamenti.
Infine, resta ferma la possibilità per la PA, laddove dovessero permanere dei dubbi sull’applicabilità del meccanismo della scissione dei pagamenti alla stessa, di inoltrare specifica istanza di interpello all’Agenzia delle entrate.

Ambito oggettivo

Il meccanismo della scissione dei pagamenti si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi (compresi, pertanto, in via generale, gli appalti di lavori, in quanto prestazioni di servizi) effettuate, nel territorio dello Stato, nei confronti delle PA purché documentate mediante fattura emessa dai fornitori, che indichi, tra l’altro, l’imposta addebitata all’ente pubblico.
Rientrano, altresì, le operazioni per le quali trovano applicazione le modalità di fatturazione e i termini di registrazione speciali.
La disciplina dello split payment torna applicabile a tutti gli acquisti effettuati dalle PA individuate dalla norma menzionata, sia nell’ambito non commerciale in veste istituzionale che nell’esercizio di attività d’impresa, sebbene detti enti dovranno procedere in tali casi al versamento dell’imposta con modalità differenti.
Il predetto meccanismo non si applica, invece, alle fattispecie nelle quali la PA non effettua alcun pagamento del corrispettivo nei confronti del fornitore. Trattasi, in particolare, delle operazioni rese alla PA (ad esempio servizi di riscossione delle entrate e altri proventi) in relazione alle quali, il fornitore ha già nella propria disponibilità il corrispettivo spettantegli e trattiene lo stesso riversando alla PA committente un importo netto. In tali casi, l’imponibile e relativa imposta sono già nella disponibilità del fornitore.

Operazioni escluse

Sono esclusi dall’ambito applicativo della scissione dei pagamenti gli acquisti per i quali l’ente è “debitore d’imposta ai sensi delle disposizioni in materia di imposta sul valore aggiunto”.
Si tratta delle fattispecie di c.d. reverse charge in cui la veste di debitore d’imposta non è attribuita, come di regola, a colui che cede il bene o presta il servizio, bensì al cessionario o al committente, ai quali, dunque, non viene addebitata (in rivalsa) alcuna imposta, da parte di colui che ha compiuto l’operazione imponibile. In tali casi, sorge un debito IVA direttamente in capo alla PA, soggetto passivo acquirente, per i beni o servizi destinati alla sfera commerciale.
Nelle ipotesi in cui l’operazione di acquisto rientri, quindi, in una delle fattispecie riconducibili nell’ambito applicativo dell’inversione contabile c.d. reverse charge, non si applica la scissione dei pagamenti.

Fatturazione

In base al meccanismo della scissione dei pagamenti le PA che non rivestano la qualità di soggetto passivo dell’IVA, devono versare direttamente all’Erario, l’imposta sul valore aggiunto che è stata addebitata loro dai fornitori.
Ne consegue, sotto il profilo degli adempimenti, che per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate, i fornitori, emettono la fattura con l’annotazione scissione dei pagamenti” ovvero split payment ai sensi dell’articolo 17-ter del D.P.R. n. 633 del 1972.
Si ricorda che, a decorrere dal 6 giugno 2014, la fatturazione nei confronti di Ministeri, Agenzie fiscali e Enti nazionali di previdenza deve avvenire necessariamente in modalità elettronica. Il predetto obbligo di fattura elettronica riguarda, a decorrere dal 31 marzo 2015, anche le operazioni effettuate in favore di enti pubblici nazionali diversi da Ministeri, Agenzie fiscali e Enti nazionali di previdenza e Amministrazioni locali.
Per le operazioni rientranti nell’ambito applicativo della scissione dei pagamenti il fornitore della PA non potrà più procedere all’emissione delle fatture ad esigibilità differita né, su opzione, con esigibilità immediata.
Ai fini degli adempimenti connessi alla scissione dei pagamenti non rileverà il pagamento del corrispettivo, ma il momento della ricezione della fattura. Ai fini dell’individuazione del momento di ricezione della fattura, il rilascio, da parte del Sistema di Interscambio, della ricevuta di consegna, è sufficiente a provare sia l’emissione della fattura elettronica, sia la sua ricezione da parte della pubblica amministrazione committente. Tale ricevuta, infatti, è rilasciata in un momento sicuramente successivo a quello in cui la fattura è nella disponibilità della pubblica amministrazione committente.

Adempimenti delle PA

Il meccanismo della scissione dei pagamenti non fa venire meno in capo al fornitore la qualifica di debitore dell’imposta in relazione all’operazione effettuata nei confronti dell’ente pubblico. Quest’ultimo, infatti, ha solo l’onere di versare l’Iva relativa agli acquisti.
La fattura emessa dal fornitore e ricevuta dalla PA è annotata da quest’ultima nel registro di cui agli articoli 23 o 24 del D.P.R. n. 633 del 1972 nonchè nel registro degli acquisti di cui all’articolo 25 del D.P.R. n. 633 del 1972, ai fini dell’esercizio del diritto alla detrazione della relativa imposta.
Per quanto riguarda gli acquisti effettuati dalle PA nell’ambito delle proprie attività istituzionali non commerciali, il versamento dell’imposta dovuta deve essere effettuato, a scelta della pubblica amministrazione acquirente:
1) entro il giorno 16 di ciascun mese, cumulativamente per tutte le fatture per le quali l’imposta è divenuta esigibile nel mese precedente ovvero
2) con versamenti distinti dell’IVA, entro la medesima scadenza del 16 del mese successivo al momento di esigibilità:
a) in ciascun giorno del mese, per il complesso delle fatture per le quali l’imposta è divenuta esigibile in tale giorno;
b) per ciascuna fattura la cui imposta è divenuta esigibile.

Rimborso

Le operazioni da split payment danno diritto all’erogazione prioritaria se il presupposto del rimborso è quello dell’”aliquota media”, tenendo sempre conto del limite dell’ammontare dell’imposta applicata a tali operazioni nel periodo di riferimento. Diversamente dalle altre tipologie di rimborso prioritario, è, dunque, possibile che il rimborso da split payment, sia prioritario solo per una parte dell’importo, mentre la parte restante rimanga soggetta all’esecuzione ordinaria.
Nel caso in cui il contribuente che effettua operazioni soggette al regime della scissione dei pagamenti non abbia i requisiti per richiedere il rimborso con il presupposto “aliquota media”, può comunque chiederlo, ma in tal caso l’erogazione seguirà le vie ordinarie.

Regolarizzazione

Nel caso in cui la Pa, in veste di soggetto passivo, riceva una fattura irregolare dovrà fare ricorso alla procedura di regolarizzazione. Nell’ipotesi in cui il fornitore emetta una nota di variazione in aumento, torna sempre applicabile il meccanismo della scissione dei pagamenti e, pertanto, la stessa dovrà essere numerata, indicando l’ammontare della variazione e della relativa imposta e facendo esplicito riferimento alla fattura originaria emessa. Se la nota, invece, è in diminuzione e si riferisce a una fattura emessa applicando lo split payment, bisognerà comunque numerarla, indicare l’ammontare della variazione, della relativa imposta e fare riferimento alla fattura originaria, ma, trattandosi di una rettifica apportata ad un’Iva che non è confluita nella liquidazione periodica del fornitore, questo non avrà diritto a portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, ma dovrà limitarsi a procedere solo ad apposita annotazione in rettifica nel registro, senza alcun effetto nella liquidazione Iva.

Termini

Il meccanismo della scissione dei pagamenti si applica alle operazioni per le quali il corrispettivo è stato pagato dopo il 1° gennaio 2015, a patto che non siano state già fatturate anteriormente a questa data. Lo split paymentnon è, invece, applicabile alle operazioni per le quali è stata emessa fattura entro il 31 dicembre 2014 e che sono state effettuate entro lo scorso anno. Di conseguenza, per queste ultime operazioni, la Pa dovrà corrispondere al fornitore sia l’imponibile che l’imposta anche se il pagamento avviene dopo il 1° gennaio 2015. In questo caso è irrilevante se la fattura, emessa nel 2014, sia stata acquisita al protocollo della Pa acquirente nel 2015.

 

Sanzioni

Nel caso in cui la fattura non contenga l’indicazione “scissione dei pagamenti” o “split payment” è applicabile la sanzione amministrativa di cui all’articolo 9, comma 1, del Decreto Legislativo n. 471 del 1997. La sanzione non si applica nell’ipotesi in cui il fornitore si sia attenuto alle indicazioni fornite dalla PA in merito alla riconducibilità della medesima nell’ambito soggettivo di applicazione della scissione dei pagamenti, sempre che l’imposta sia stata assolta, ancorché in modo irregolare.
In relazione all’imposta addebitata dai fornitori le PA sono responsabili del versamento all’Erario dell’imposta.
L’omesso o ritardato adempimento del versamento all’erario (per conto del fornitore) da parte delle PA è sanzionato ai sensi dell’articolo 13 del Decreto Legislativo n. 471 del 1997 e le somme che l’ente pubblico avrebbe dovuto versare saranno riscosse mediante atto di recupero di cui all’articolo 1, comma 421, della Legge 30 dicembre 2004, n. 311.
Resta salva la non applicazione delle sanzioni per le violazioni commesse anteriormente alla data di pubblicazione della circolare in oggetto, date le obiettive condizioni di incertezza, sempre che l’imposta sia stata assolta.

 

Moss: pronti gli schemi per la trasmissione dei dati

Approvati gli schemi di dati da trasmettere per via telematica ai fini dell’applicazione del regime speciale in materia di imposta sul valore aggiunto (denominato “Mini One Stop Shop”) e individuazione dell’ufficio competente (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 23 aprile 2015, n. 56191/2015).

Dal 1° gennaio 2015 è in vigore il nuovo regime Iva opzionale denominato Mini one stop shop (MOSS) applicabile agli operatori nazionali, alle stabili organizzazioni italiane di operatori extra Ue e agli operatori extra Ue non identificati in alcuno Stato membro.
La registrazione al mini sportello unico consente agli operatori di dichiarare e versare l’Iva dovuta sui servizi di telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici prestati a persone che non sono soggetti passivi Iva (B2C) senza necessità di doversi identificare in ciascuno Stato membro per effettuare gli adempimenti Iva dovuti.
Grazie al Moss, non è più obbligatoria l’identificazione dei fornitori in ciascuno degli Stati membri in cui vengono effettuate le operazioni Iva. Infatti, le dichiarazioni Iva trimestrali e i versamenti trasmessi telematicamente al Moss saranno inviati automaticamente ai rispettivi Stati membri di consumo, utilizzando una rete di comunicazioni sicura.
A tal fine l’Agenzia delle Entrate ha approvato lo schema di dati che si compone degli allegati A, B, C e D da trasmettere telematicamente nell’ambito del predetto regime.
Gli allegati A e C vanno presentati dai soggetti passivi domiciliati o residenti fuori dall’Unione europea, non stabiliti o identificati in alcuno Stato membro, questi devono presentare la richiesta di adesione al Moss (cd. Regime Non UE), in via telematica, seguendo lo schema dell’allegato A. Entro il ventesimo giorno del mese successivo al trimestre solare di riferimento, dovrà inoltre essere presentata la dichiarazione Iva Trimestrale compilata sulla base dello schema dell’allegato C, anche in assenza di operazioni Iva.
I soggetti residenti o domiciliati nel territorio italiano che non abbiano stabilito il domicilio all’estero, identificati in Italia (compresi quelli domiciliati o residenti fuori dell’Unione europea ma con una stabile organizzazione nel territorio italiano), invece, devono utilizzare l’allegato B (cd. Regime UE). Anche in questo caso, dovrà essere presentata la dichiarazione Iva trimestrale entro il ventesimo giorno del mese successivo al trimestre solare di riferimento, seguendo lo schema dell’allegato D.
Inoltre, il provvedimento definisce le modalità per la comunicazione di variazione dei dati e di cancellazione volontaria per cessata fornitura dei servizi o perdita dei requisiti necessari per aderire al Moss.
L’intero processo per l’identificazione, l’opzione, la comunicazione di variazioni di dati, la cancellazione e la dichiarazione trimestrale è disponibile sul sito istituzionale dell’Agenzia delle Entrate in un’apposita sezione, redatta anche in lingua inglese.

“Operazione precompilata”, in rete la dichiarazione 730

A partire da ieri, 15 aprile, il Fisco ha messo a disposizione dei 20 milioni di contribuenti coinvolti la dichiarazione 730 precompilata, proprio per consentire loro di consultare i dati presenti e di verificarne l’esattezza e la completezza (Agenzia delle Entrate – Comunicato 15 aprile 2015).

Pensionati, lavoratori dipendenti e assimilati, infatti, possono usare le loro credenziali per “aprire la porta” della propria dichiarazione e consultare i dati inseriti dal Fisco. Dal 1° maggio al 7 luglio, poi, sarà possibile accettare, integrare o modificare il modello e trasmetterlo all’Agenzia direttamente dal proprio pc o delegando il proprio sostituto d’imposta, un Caf o un professionista abilitato.
La dichiarazione precompilata si basa sulle certificazioni dei sostituti d’imposta per redditi di lavoro dipendente e assimilati, pensioni e compensi per attività occasionali di lavoro autonomo.
Nel nuovo 730, inoltre, sono disponibili anche i dati di alcuni oneri trasmessi da altri soggetti: per quest’anno interessi passivi sui mutui, premi assicurativi e contributi previdenziali; mentre, nel 2016, saranno presenti anche le spese sanitarie che danno diritto a deduzioni o detrazioni e altre spese comuni, come ad esempio le tasse universitarie.
Oltre ai dati comunicati dagli enti esterni, per il 2015 sono state utilizzate anche le informazioni presenti in Anagrafe tributaria: spese di ristrutturazione edilizia e di risparmio energetico derivanti dalla dichiarazione dell’anno precedente, versamenti e compensazioni effettuate con il modello F24, compravendite immobiliari, contratti di locazione registrati e altri dati ricavati dalla dichiarazione dei redditi dell’anno precedente.
Per accedere alla precompilata è necessario utilizzare le credenziali di abilitazione a Fisconline rilasciate dall’Agenzia o usare la Carta Nazionale dei Servizi. Inoltre, è possibile autenticarsi tramite il portale dell’Inps, inserendo le credenziali dispositive rilasciate dall’ente previdenziale.

Chiarimenti sull’imposta di bollo virtuale

Contribuenti richiedenti, uffici competenti, autorizzazione, liquidazione, versamenti e sanzioni, sono i chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate, con la circolare 14 aprile 2015, n. 16/E, in materia di imposta di bollo assolta in maniera virtuale.

I contribuenti possono richiedere l’autorizzazione per l’assolvimento dell’imposta di bollo in modo virtuale tramite una domanda che va presentata insieme a una dichiarazione che riporti il numero di atti che si stima saranno emessi o ricevuti nel corso dell’anno. Le domande vanno consegnate all’ufficio territorialmente competente oppure inviate tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.
Attualmente le competenze in materia di imposta di bollo assolta con modalità virtuale risultano così ripartite:
– in via generale il rilascio dell’autorizzazione e la liquidazione del tributo sono di competenza delle Direzioni Provinciali;
– per gli uffici e gli enti statali e per le Camere di Commercio il rilascio delle autorizzazioni è di competenza delle Direzioni Regionali. Alla Direzione Provinciale compete la successiva liquidazione dell’imposta.
L’autorizzazione per l’assolvimento dell’imposta di bollo in modo virtuale è richiesta con istanza prodotta in bollo, corredata dalla dichiarazione contenente il numero presuntivo degli atti che saranno emessi o ricevuti nell’anno solare e la descrizione della loro tipologia. L’istanza e la dichiarazione sottoscritte sono consegnate all’Ufficio competente ovvero trasmesse con raccomandata a.r.
Il provvedimento autorizzativo è rilasciato a seguito della verifica della legittimità della richiesta, che deve riguardare i documenti e gli atti riconducibili fra quelli per i quali è prevista la possibilità di assolvimento dell’imposta in modo virtuale, nonché previa verifica di alcuni requisiti di idoneità del soggetto e di rilevanza dell’attività svolta.
La rinuncia è effettuata con apposita comunicazione presentando contemporaneamente la dichiarazione degli atti e documenti emessi nel periodo compreso dal 1 gennaio fino al giorno in cui ha effetto la rinuncia.
La liquidazione dell’imposta di bollo assolta con modalità virtuale è eseguita dall’ufficio sulla base della dichiarazione a consuntivo presentata dal soggetto autorizzato entro il 31 gennaio.
L’Ufficio opera contestualmente la liquidazione in via definitiva per il precedente anno solare e quella provvisoria per l’anno in corso.
Entrambe le liquidazioni, nonché la ripartizione dell’importo dovuto in rate bimestrali, confluiscono in un unico atto che costituisce avviso di liquidazione dell’imposta di bollo dovuta.
In caso di rinuncia all’autorizzazione da parte dell’interessato, la liquidazione dell’imposta riguarda il periodo compreso dal 1° gennaio all’ultimo giorno in cui è operativa l’autorizzazione.
I versamenti per l’assolvimento dell’imposta di bollo in modo virtuale liquidata dall’Ufficio nonché il versamento dell’acconto, i relativi interessi e sanzioni sono effettuati mediante il modello F24, a partire dal 20 febbraio 2015, utilizzando i codici tributo: “2505” denominato “BOLLO VIRTUALE-RATA”; “2506” denominato “BOLLO VIRTUALE – ACCONTO”; “2507” denominato “BOLLO VIRTUALE – Sanzioni”; “2508” denominato “BOLLO VIRTUALE – Interessi”.
L’acconto effettivamente versato nell’anno precedente può essere scomputato con la modalità (sulle rate bimestrali e/o sull’acconto per l’anno successivo) scelta dal contribuente, in considerazione delle “esigenze di liquidità”.
Nelle ipotesi di omesso o tardivo versamento dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale alle prescritte scadenze, si applica la sanzione pari al 30% di ogni importo non versato. La sanzione trova applicazione sia nell’ipotesi di omesso o insufficiente versamento dell’importo della rata bimestrale sia nel caso di omesso o insufficiente versamento dell’acconto. Si applica la riduzione della sanzione per il versamento effettuato con ritardo non superiore a quindici giorni.
Per la violazione dell’omessa (o tardiva) o infedele dichiarazione di conguaglio, da presentare entro il 31 gennaio di ciascun anno ovvero contestualmente alla rinuncia, trova applicazione la sanzione nella misura dal 2% al 200% dell’imposta dovuta. Tale sanzione, in caso di tardiva presentazione della dichiarazione di conguaglio, qualora venga presentata con ritardo non superiore a novanta giorni dalla scadenza è ridotta a un decimo del minimo edittale.
Il ritardo nella presentazione della dichiarazione di conguaglio può determinare un tardivo o insufficiente versamento che configura un’ipotesi autonomamente assoggettata a sanzione.
L’istituto del ravvedimento è applicabile anche nelle ipotesi di violazioni in materia di versamento dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale. A tal fine i termini di versamento sono quelli relativi a ciascuna rata bimestrale, comunicati dall’Ufficio con l’atto di liquidazione, o quelli relativi all’acconto.
Relativamente alla sanzione dell’omesso, tardivo o insufficiente pagamento del tributo, l’Ufficio può avvalersi della modalità di irrogazione immediata delle sanzioni.
In questo caso l’Ufficio non provvede a notificare un apposito atto, ma iscrive direttamente a ruolo il tributo, le sanzioni e gli interessi, in quanto ha già comunicato al contribuente l’ammontare dell’imposta liquidata a titolo provvisorio e definitivo, con la ripartizione in rate, mediante la notifica dell’avviso di liquidazione.

“Bonus bebè”: i requisiti e le condizioni per ottenerlo

Il Governo ha definito i requisiti e le condizioni per richiedere l’assegno di incentivo alla natalità introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, cd. “bonus bebè”. Il provvedimento ha ricevuto il via libera sulla copertura ed è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 83 del 15 aprile 2015 (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Decreto del 27 febbraio 2015).

BENEFICIARI
Possono beneficiare del “bonus bebè” i cittadini italiani, i cittadini di uno Stato membro dell’Unione europea e i cittadini di Stati extracomunitari con permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, residenti in Italia, per i ogni figlio nato o adottatto tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017.
A tal fine il figlio, nato o adottato, deve essere convivente con il genitore che richiede il bonus ed il nucleo familiare di quest’ultimo deve avere una situazione economica corrispondente a un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) non superiore a 25.000 euro annui.

MISURA DEL BONUS
Il bonus è erogato dall’INPS su domanda del genitore convivente, e l’importo è differenziato a seconda della situazione economica equivalente del nucleo familiare (ISEE):
– per i nuclei in possesso di ISEE non superiore a 7.000 euro annui, l’importo annuo dell’assegno è pari a 1.920,00 euro;
– per i nuclei in possesso di ISEE non superiore a 25.000 euro annui, l’importo annuo dell’assegno è pari a 960,00 euro.
Il bonus è riconosciuto fino al compimento del terzo anno di età ovvero del terzo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione.
La condizione economica corrispondente all’ISEE che da diritto al bonus deve sussistere al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio.
L’assegno è corrisposto con cadenza mensile, a decorrere dal giorno di nascita o di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione, per un importo pari a:
– 80,00 euro se la misura annua dell’assegno è pari ad euro 960;
– 160,00 euro se la misura annua dell’assegno è pari a 1.920 euro.
Quindi, se ipotizziamo che il diritto al bonus decorra dal 15 marzo 2015 (data di nascita o ingresso in famiglia) l’importo erogato dall’INPS, per il 2015, sarà pari a:
– 1.600,00 euro (160 euro x 10 mesi, da marzo a dicembre), se l’ISEE non è superiore a 7.000 euro;
– 800,00 euro (80 euro x 10 mesi, da marzo a dicembre), se l’ISEE è superiore a 7.000 euro, ma non supera i 25.000 euro.

MODALITA’ E TERMINI DI RICHIESTA
Il bonus bebè deve essere richiesto per ciascun figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2017, una sola volta. La richiesta è valida per tutto il triennio in cui è riconosciuto il bonus, fermo restando la permanenza dei requisiti.
La domanda per l’assegno deve essere presentata all’INPS per via telematica da un genitore convivente. La modulistica e le procedure specifiche saranno definite dall’INPS nei prossimi giorni.
La domanda può essere presentata dal giorno della nascita o dell’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione del figlio.
Ai fini della decorrenza dell’assegno dal giorno della nascita o dell’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione, la domanda deve essere presentata non oltre il termine di 90 giorni dal verificarsi dell’evento. Per i figli nati o adottati prima dell’entrata in vigore del Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 27 febbraio 2015, la domanda deve essere presentata entro i 90 giorni successivi a tale data.
Qualora la domanda sia presentata oltre i suddetti termini, il diritto al bonus decorre dal mese di presentazione della domanda.
In caso di incapacità di agire del genitore (ad esempio perché minorenne), la domanda e la relativa documentazione devono essere presentate dal suo legale rappresentante.
L’INPS effettua il monitoraggio dei bonus bebè riconosciuti rispetto alle risorse stanziate e, qualora per tre mensilità consecutive le somme erogate siano superiori alla spesa preventivata, sospende l’acquisizione di nuove domande fino alla rideterminazione l’importo annuo dell’assegno e i valori dell’ISEE. Restano salvi, comunque, gli assegni già concessi dall’INPS.

CONDIZIONI PER IL RICONOSCIMENTO E DECADENZA
Ai fini del riconoscimento del bonus bebè, deve sussistere il requisito della residenza in Italia del genitore richiedente e del figlio. Il genitore che richiede il bonus deve essere convivente con il figlio. La situazione economica del nucleo familiare del genitore richiedente deve rispettare il valore dell’ISEE al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio.
Oltre ai casi di perdita di uno dei suddetti requisiti, si decade dal diritto a ricevere il bonus bebè nei seguenti casi espressamente indicati dal Dpcm:
– decesso del figlio;
– revoca dell’adozione;
– decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale;
– affidamento del figlio a terzi;
– affidamento esclusivo del figlio al genitore che non ha presentato la domanda.
In caso di decadenza l’INPS interrompe l’erogazione dell’assegno a partire dal mese successivo a quello in cui si è verificata una delle cause. A tal fine il genitore ha l’obbligo di comunicare tempestivamente all’INPS l’eventuale verificarsi di una delle cause di decadenza, fermo restando il recupero da parte dell’Istituto delle somme indebitamente erogate.
Il Dpcm, tuttavia, prevede che:
– in caso di provvedimento, disposto dall’autorità giudiziaria, di decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale del genitore che ha ottenuto il beneficio, l’assegno potrà essere erogato a favore dell’altro genitore, se in possesso dei requisiti. A tal fine questi deve presentare la domanda entro 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice. Nel caso in cui la domanda sia presentata oltre tale termine, l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda;
– in caso di affidamento temporaneo del figlio a terzi, l’assegno potrà essere richiesto dall’affidatario. A tal fine il requisito dell’ISEE è verificato con riferimento al minore affidato, anche nel caso in cui questi sia considerato nucleo a sé stante. Ai fini dell’erogazione dell’assegno, l’affidatario deve presentare la domanda entro 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice o del servizio sociale. Nel caso in cui la domanda sia presentata oltre tale termine, l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda.
– in caso di affidamento esclusivo del minore, disposto con provvedimento dell’autorità giudiziaria, al genitore diverso da quello che ha ottenuto il beneficio, l’assegno potrà essere erogato, a favore del genitore affidatario, se in possesso dei requisiti. A tal fine questi deve presentare la domanda entro 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice. Nel caso in cui domanda sia presentata oltre tale termine, l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda.

Credenziali per l’accesso al 730 precompilato: ecco come ottenerle

Quattro sono le opzioni a disposizione per i contribuenti ai fini dell’ottenimento del Pin e password per l’accesso a Fisconline e al 730 precompilato: direttamente online dal sito dell’Agenzia delle Entrate, per telefono tramite call center, in qualsiasi ufficio dell’Amministrazione finanziaria, con la Carta nazionale dei Servizi (Agenzia entrate – comunicato del 9 aprile 2015).

Per richiedere il Pin online occorre connettersi all’homepage del sito www.agenziaentrate.it (Area Riservata > Non sei ancora registrato > Registrazione a Fisconline > Richiedi il codice Pin) e digitare il reddito complessivo indicato nella dichiarazione presentata nel 2014 e il codice fiscale.
Tali dati sono richiesti anche quando il contribuente fa richiesta del Pin per telefono al call center al numero 848.8000.444.
Per entrambe le modalità di richiesta, le prime quattro cifre del Pin sono fornite subito, mentre, le successive sei, con la relativa password di accesso, entro quindici giorni con lettera inviata al proprio domicilio.

Con la richiesta in ufficio delle credenziali per accedere a Fisconline, il contribuente riceve le prime quattro cifre del codice, la password provvisoria e il numero della domanda di abilitazione.
La seconda parte del Pin è acquisita online, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, accedendo ai servizi Fisconline inserendo nome utente e password, ottenuti al momento della richiesta. Una volta cambiata la password, il contribuente può completare la registrazione e ottenere le ultime sei cifre del Pin.
Nel caso in cui a fare la richiesta di abilitazione in ufficio è un delegato, la seconda parte del Pin e password iniziale di accesso sono inviate per posta al domicilio del contribuente.

Tutto più semplice per i possessori della Carta nazionale dei Servizi. Infatti, dopo il controllo sulla carta inserita nel lettore, Pin e password sono forniti immediatamente.

È prevista, inoltre, anche una procedura ad hoc per il ripristino della password smarrita. Per farlo, è possibile accedere alle funzioni disponibili sul sito dell’Agenzia delle entrate oppure, in caso di smarrimento della password iniziale, è necessario rivolgersi ad un ufficio dell’Agenzia e richiedere l’annullamento dell’attuale abilitazione e domandarne una nuova.

75 codici tributo “chiusi”

Ai fini della semplificazione degli adempimenti posti a carico dei contribuenti, sono stati soppressi 75 codici tributo relativi alla compilazione dei modelli di versamento F24 e F24 Enti pubblici (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 10 aprile 2015, n. 37/E).

A decorrere dal 27 aprile 2015, infatti, non sarà più possibile utilizzare i suddetti codici per compilare i citati modelli.
Si evidenzia che nel lungo elenco compaiono i codici tributo relativi al sisma del 13 e 16 dicembre 1990 nelle province di Catania, Ragusa e Siracusa, all’emergenza causata dall’encefalopatia spongiforme bovina (“mucca pazza”) e quelli utilizzati per regolare l’imposta locale sui redditi (Ilor), inglobata a partire dall’1 gennaio 1998 nell’Irap.

Spesometro – Comunicazione entro il 10 e il 20 aprile

Due termini in scadenza per la la comunicazione polivalente

Il 10 aprile è l’ultimo giorno per l’invio della comunicazione polivalente da parte dei contribuenti Iva mensili, per gli altri soggetti passivi, invece, la comunicazione va effettuata entro il 20 aprile.
I soggetti passivi Iva che effettuano la liquidazione mensile ai fini dell’imposta entro il 10 aprile dovranno effettuare la comunicazione delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizio rese e ricevute nel 2014.
Per le operazioni per le quali non è previsto l’obbligo di emissione della fattura, la comunicazione va effettuata se l’importo non è inferiore a 3.600 euro, comprensivo di Iva.
L’invio della comunicazione deve essere effettuato esclusivamente per via telematica utilizzando il prodotto software messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.
Con provvedimento del 31 marzo 2015, l’Agenzia delle entrate per il 2014 ha esonerato dall’adempimento le amministrazioni pubbliche e ha escluso i commercianti al minuto (e assimilati) e le agenzie di viaggio e turismo dalla comunicazione delle operazioni attive di importo unitario inferiore a 3.000 euro, al netto dell’Iva.