Niente Irap per il professionista con dipendente addetto a mansioni esecutive


La presenza di un dipendente con mansioni meramente esecutive non influisce sul riconoscimento del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione, in quanto non incrementa la capacità produttiva propria del professionista (Corte di cassazione – ordinanza n. 19165/2016).

Il presupposto impositivo dell’autonoma organizzzazione dell’Irap sussiste qualora il professionista sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse e impieghi beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza dell’organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.


L’Irap, in sostanza, colpisce l’incremento potenziale che si viene a realizzare rispetto alla produttività auto organizzata del solo lavoro personale, derivante dalla presenza di una struttura organizzativa esterna che, per numero, importanza e valore economico, sia suscettibile di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale del professionista.


Tale incremento di produttività, non si registra qualora il professionista si avvale di soli collaboratori con mansioni meramente esecutive. In tal caso, quindi, l’Irap non è dovuta per mancanza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione.

La società cessata sconta l’IVA sulla vendita di beni


A seguito della cessazione dell’attività d’impresa bisogna emettere fattura sulle cessioni di beni effettuate, essendo irrilevante l’intervenuta chiusura della partita IVA (Corte di Cassazione – Sentenza 5 agosto 2016, n. 16419).

La Suprema Corte rigetta il ricorso del contribuente, titolare dell’omonima ditta individuale, avverso la decisione della CTR che ha accolto l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate e confermato l’avviso di rettifica notificato al contribuente per l’omessa fatturazione di merci.
È irrilevante, ai fini della soggettività passiva d’imposta, la circostanza che l’interessato non sia – o non sia più – registrato come soggetto IVA, dovendosi determinare, secondo le circostanze del caso concreto, se il ritenuto soggetto passivo agisca in quanto tale, tenuto conto di tutti gli elementi delle fattispecie, ivi compresa la natura del bene considerato.
Nel caso di specie, alla società esercente attività commerciale nel settore della pellicceria e degli abiti da sposa, era stata rinvenuta una bolla di accompagnamento di merci “in conto visione”, emessa dalla ditta individuale, esercente un laboratorio di pellicceria poi cessata.
Per i capi descritti nella bolla non erano state trovate né la fattura per l’acquisto da parte della società, né la bolla di accompagnamento per la eventuale restituzione alla ditta, la quale non aveva neppure emesso per tali merci la fattura prescritta in caso di cessazione di attività.
Si tratta di capi inviati dalla ditta, esercente un laboratorio di pellicceria cessato, alla società, esercente attività commerciale nel settore della pellicceria e degli abiti da sposa. Dunque la fattispecie rientra, contrariamente all’assunto del contribuente, nel normale ambito della soggettività passiva ai fini dell’imposizione sul valore aggiunto.


Ultimo giorno per la presentazione della Dichiarazione dei Redditi, Iva e Irap


È scaduto il tempo per la presentazione telematica della dichiarazione dei redditi (Unico PF, SP, SC, ENC), Iva e Irap relative al periodo d’imposta 2015 (artt. 2 e 8, D.P.R. n. 322/1998).

L’invio telematico delle dichiarazioni può essere effettuato direttamente dall’interessato o tramite i seguenti intermediari abilitati:
– gli iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali e dei consulenti del lavoro;
– i soggetti iscritti alla data del 30 settembre 1993 nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle C.C.I.A.A. per la sub-categoria tributi, in possesso di diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o equipollenti o diploma di ragioneria;
– le associazioni sindacali di categoria tra imprenditori;
– le associazioni di soggetti appartenenti a minoranze etnico-linguistiche;
– i C.a.f. per le imprese;
– i C.a.f. per i lavoratori dipendenti e pensionati;
– gli studi professionali in cui almeno la metà degli associati è costituita da soggetti abilitati;
– le società di servizi in cui più della metà del capitale sociale sia posseduto da soggetti abilitati.


In caso di omessa presentazione delle dichiarazioni è prevista l’applicazione di sanzioni amministrative.

Iva al 10% per il latte fresco destinato ad usi industriali


Le cessioni di latte fresco ai laboratori di pasticceria ed ai produttori di gelati non possono godere dell’aliquota Iva ridotta del 4% prevista per il latte confezionato e destinato al consumatore finale. L’Iva da applicare è del 10% (Agenzia entrate – risoluzione 29 settembre 2016, n. 85/E).

L’aliquota Iva del 10% è rivolta al “latte fresco, latte cagliato, siero di latte, latticello (o latte battuto) e altri tipi di latte fermentati o acidificati”.


L’aliquota Iva del 4% è invece rivolta al “latte fresco, non concentrato né zuccherato, destinato al consumo alimentare, confezionato per la vendita al minuto, sottoposto a pastorizzazione o ad altri trattamenti previsti da leggi sanitarie.


In entrambi i casi si tratta di latte fresco, ma risulta più agevolato il latte destinato al consumatore e non quello sottoposto ad ulteriori lavorazioni o trasformazioni.
Infatti, l’Iva ridotta del 4% è rivolta al latte fresco destinato al consumatore finale e confezionato per la vendita al dettaglio.
Invece, per il latte fresco ceduto ai laboratori di pasticceria ed ai produttori di gelati, l’Iva da applicare è quella del 10%.


Quindi, sconta l’Iva più agevolata il latte confezionato e destinato al consumatore e non quello rivolto ad usi industriali.

Obbligo di comunicazione PEC per i revisori: le indicazioni del MEF


Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con la circolare 29 settembre 2016, n. 21, ha fornito le prime indicazioni operative relative alle modalità e ai termini di comunicazione delle caselle PEC dei revisori legali e della società di revisione legale iscritti al Registro.

Tutti i revisori legali e le società di revisione legale iscritti nell’apposito Registro hanno l’obbligo di comunicare il proprio indirizzo di Posta Elettronica Certificata (o l’eventuale aggiornamento) al Ministero dell’economia e delle finanze o al soggetto incaricato della tenuta del Registro, entro la data del 30 novembre 2016.
L’indirizzo di Posta Elettronica Certificata rientra tra i dati minimi che costituiscono il contenuto informativo del Registro dei revisori legali.
La comunicazione di un valido indirizzo PEC costituisce un preciso obbligo a carico di tutti gli iscritti, persone fisiche e giuridiche, anche di quelli fino ad oggi sprovvisti di tale strumento, che dovranno dunque farsi carico di attivare una casella PEC presso un fornitore certificato.
La successiva comunicazione dell’indirizzo al Registro dei revisori dovrà avvenire esclusivamente con le ordinarie modalità telematiche, mediante accesso all’Area riservata del portale della revisione legale con le credenziali personali di accesso (username e password).
Per quanto concerne i soggetti che già in passato avevano comunicato al Registro dei revisori legali un valido indirizzo di Posta Elettronica Certificata, ad essi non è richiesta alcuna ulteriore comunicazione. Tuttavia, tutti gli iscritti dovranno verificare i propri dati anagrafici e di contatto anche al fine di accertarsi che la casella di posta certificata precedentemente comunicata al Registro sia ancora valida e sia attiva. Ogni casella PEC comunicata dovrà, inoltre, essere associata univocamente ad un singolo iscritto.
Per le caselle CEC-PAC (@postacertificata.gov.it), attualmente risultanti non più attive, essendo il servizio stato dismesso, bisogna sostituire la casella di posta certificata non più operativa con una nuova casella PEC standard rilasciata da un fornitore certificato.
Per quanto concerne i professionisti iscritti presso altri Albi, Ordini o Collegi professionali, ai fini della comunicazione al Registro ciascun singolo iscritto può indicare la casella PEC già utilizzata per l’Ordine professionale o collegio di appartenenza o ricorrere, alternativamente, ad una casella PEC specifica diversa dalla precedente.
Resta ferma, inoltre, la necessità di procedere all’aggiornamento del proprio indirizzo PEC entro il termine di 30 giorni da qualsiasi variazione.
Infine, la mancata comunicazione di informazioni obbligatorie che costituiscono parte essenziale del contenuto informativo del Registro dei revisori legali, ovvero il mancato aggiornamento dei predetti dati nei tempi previsti alla normativa, espone l’iscritto all’applicazione delle sanzioni amministrative.

Finchè il contratto vive, anche i canoni non percepiti scontano l’RPEF

Con la Sentenza n. 19240 del 2016, la Corte di Cassazione ha affermato il principio che in caso di locazione di immobili adibiti ad uso diverso da quello abitativo, ai fini delle imposte sui redditi, anche i canoni non percepiti costituiscono reddito tassabile, finchè il contratto rimane in vita.

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente per omessa dichiarazione di reddito per canoni non dichiarati relativi a un contratto di locazione di un immobile per uso commerciale.
Il ricorso del contribuente è stato respinto dai giudici tributari, i quali hanno affermato che in base alla disciplina fiscale vigente sussiste l’obbligo per il locatore di immobili ad uso commerciale di esporre in dichiarazione il reddito derivante dai canoni di locazione ancorché non percepiti.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Su ricorso del contribuente, la Corte di Cassazione ha confermato la tesi dei giudici tributari, evidenziando che il reddito derivante dalla locazione di immobili ad uso commerciale, o comunque per usi diversi da quello abitativo, è determinato secondo il principio di competenza, calcolando i canoni dovuti per il periodo d’imposta di riferimento sulla base degli accordi contrattuali.
Nell’accogliere il ricorso del contribuente, che ha eccepito l’intervenuta risoluzione del contratto di locazione, la Corte Suprema ha però precisato che, ai fini IRPEF, il reddito degli immobili locati per fini diversi da quello abitativo è individuato in relazione al reddito locativo fin quando risulta in vita un contatto di locazione, con la conseguenza che anche i canoni non percepiti per morosità costituiscono reddito tassabile fino a che non sia intervenuta la risoluzione del contratto o un provvedimento di convalida di sfratto.

Erogazioni liberali a favore della popolazione colpita dal sisma: deducibilità


26 sett 2016 A Perugia e ad Ascoli Piceno sono state individuate le fondazioni, le associazioni, i comitati e gli enti a cui possono essere effettuate, con deducibilità dal reddito delle imprese, le erogazioni liberali in favore della popolazione colpita dall’evento sismico del 24 agosto 2016 nel territorio della provincia di Perugia e di Ascoli Piceno (Ufficio territoriale del governo di Perugia – Decreto 07 settembre 2016, Ufficio territoriale del governo di Ascoli Piceno – Decreto 12 settembre 2016)

Le fondazioni, le associazioni, i comitati e gli enti, per il cui tramite sono effettuate le erogazioni liberali a favore delle popolazioni colpite dall’evento sismico del 24 agosto 2016 nel territorio della Provincia di Perugia e nel territorio della Provincia di Ascoli Piceno sono così individuate:
a) organizzazioni non lucrative di utilità sociale;
b) altre fondazioni, associazioni, comitati ed enti che, istituiti con atto costitutivo o statuto redatto nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata o registrata, tra le proprie finalità prevedono interventi umanitari in favore di popolazioni colpite da calamità pubbliche o da altri eventi straordinari;
c) amministrazioni pubbliche statali, regionali e locali, enti pubblici non economici;
d) associazioni sindacali e di categoria.


La verifica dell’esistenza di un’autonoma organizzazione ai fini IRAP nell’interpello


La verifica dell’esistenza di un’autonoma organizzazione ai fini IRAP nell’interpello



29 sett 2016 La presenza o meno dell’autonoma organizzazione ai fini dell’IRAP non può essere verificata in sede di interpello essendo, invece, necessario appurare le concrete modalità di esercizio dell’attività svolta attraverso un esame fattuale, non esperibile nell’ambito di tale istituto (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 28 settembre 2016, n. 82/E)

In relazione al quesito posto, l’Amministrazione finanziaria rinvia alle indicazioni fornite con un precedente documento di prassi. Nell’interpello l’istante dichiara di svolgere l’attività di medico in regime di convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e dichiara che la disponibilità del proprio studio risponde alle caratteristiche indicate dall’art. 22 dell’accordo collettivo nazionale per la disciplina del rapporto con i medici di medicina generale. Evidenzia, inoltre, che l’attività viene svolta in assenza di elementi di organizzazione, in quanto non si avvale di personale dipendente o assimilato e utilizza beni strumentali di modesta entità che, così come annotati nei registri dei cespiti, comprendono: mobili, arredi, PC, stampante, condizionatore d’aria, automezzo ed altra attrezzatura di esiguo valore. L’istante, pertanto, ritiene non sussistere l’autonoma organizzazione e, quindi, di non essere soggetto passivo ai fini dell’IRAP con conseguente esonero dai relativi obblighi dichiarativi e di versamento.
Al riguardo nel documento di prassi citato (circolare n. 28/E del 2010) è stato precisato che: “si deve ritenere che la stretta disponibilità dello studio attrezzato così come previsto dalla convenzione non possa essere considerata di per sé indice di esistenza dell’autonoma organizzazione per i medici di medicina generale. In altri termini, lo studio e le attrezzature previste in convenzione possono essere considerate il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività da parte del medico, mentre l’esistenza dell’autonoma organizzazione è configurabile, ex adverso, in presenza di elementi che superano lo standard previsto dalla convenzione e che devono essere pertanto valutati volta per volta.”
La verifica della sussistenza di un’autonoma organizzazione ai fini dell’IRAP, come nel caso prospettato dall’istante, non può, dunque, essere effettuata mediante la mera valutazione della documentazione prodotta in sede di interpello essendo, invece, necessario appurare le concrete modalità di esercizio dell’attività svolta attraverso un esame fattuale, non esperibile nell’ambito dell’istituto dell’interpello.


Commercialisti: convenzione per la certificazione dei contratti di lavoro


Siglata una convenzione tra il Consiglio nazionale della categoria e l’Università di Tor Vergata che permette ai commercialisti di certificare i contratti delle aziende da loro assistite (CNDCEC – Nota 28 settembre 2016, n. 106).

Oggetto della Convenzione è il rilascio delle seguenti certificazioni:
– certificazione dei contratti di lavoro e di appalto;
– certificazione della conciliazione;
– certificazione del contenuto del regolamento interno delle cooperative in relazione alle tipologie di rapporti di lavoro con i soci;
– certificazione dei contratti di appalto anche ai fini della distinzione concreta tra somministrazione di lavoro e appalto;
– certificazione dell’esperimento del tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c.;
– certificazione delle clausole compromissorie;
– certificazione dei lodi delle camere arbitrali;
– certificazione della volontà delle parti espressa in sede di certificazione in relazione alle clausole dei contratti di lavoro e alle tipizzazioni delle cause di licenziamento;
– certificazione accordi individuali di mutamento delle mansioni, della categoria legale e del livello di inquadramento;
– attività di consulenza legata alla attività di certificazione.
Per quest’ultima la tariffa sarà di 200 euro più iva. Per tutte le altre certificazioni, invece, la tariffa prevista dalla convenzione da applicare agli iscritti all’albo dei commercialisti è di 100 euro più Iva, con condizioni, dunque, di particolare favore.
La presente Convenzione avrà durata biennale a far data dalla sua sottoscrizione e, su richiesta del Consiglio, potrà essere rinnovata per uguale periodo.


Trasferte di lavoro con Car Sharing: il rimborso non concorre alla formazione del reddito


29 sett 2016 Le somme rimborsate dal datore di lavoro per il servizio di Car Sharing non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore dipendente in trasferta all’interno dello stesso Comune in cui si trova la sede di lavoro, sia se la fattura emessa dalla società di Car Sharing è intestata direttamente al lavoratore, sia se è intestata al datore di lavoro, in quanto equiparabili a quelle per taxi e mezzi pubblici. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 28 settembre 2016, n. 83/E).


 


 


Il Car Sharing va considerato come un’evoluzione dei tradizionali sistemi di mobilità. I rimborsi erogati dal datore di lavoro ai dipendenti che utilizzano il servizio di Car Sharing per trasferte all’interno dello stesso Comune non rientrano nel reddito. Ciò vale a prescindere dal fatto che la fattura emessa dal Car Sharing sia intestata direttamente al dipendente o alla società datore di lavoro. Il meccanismo di “Utilizzo incrociato”, infatti, consente ad un datore di lavoro, cliente della società di Car Sharing, di essere intestatario delle fatture relative alle spese di trasporto sostenute dai propri dipendenti in occasione delle loro trasferte autorizzate. Anche in questo caso, quindi, la spesa rimborsata al lavoratore per l’utilizzo del veicolo non concorre alla formazione del reddito.
La fattura emessa dalle società di Car Sharing nei confronti del dipendente individua il destinatario della prestazione, il percorso effettuato, con indicazione del luogo di partenza e di arrivo, la distanza percorsa, la durata e l’importo dovuto. Un insieme di informazioni idoneo ad attestare l’effettivo spostamento dalla sede di lavoro e l’utilizzo del servizio da parte del dipendente analogamente ai documenti emessi dai conducenti di taxi. I rimborsi da Car Sharing, così come quelli previsti per i taxi, non concorrono quindi a formare il reddito del lavoratore ai sensi dell’art. 51, comma 5 del TUIR.