Dal 26/03/2019 stop alla presentazione dei progetti di ricerca e sviluppo


Il Ministero dello Sviluppo ha disposto la sospensione della procedura per la presentazione della proposte progettuali di ricerca e sviluppo realizzati nell’ambito degli accordi sottoscritti dal Ministero con le regioni, le province autonome, le altre amministrazioni pubbliche interessate e i soggetti proponenti (c.d. “Accordi per l’innovazione”) (Ministero Sviluppo Economico – decreto 25 marzo 2019).

A causa dell’esaurimento delle risorse finanziarie destinate alla realizzazione delle proposte progettuali, finalizzate a sostenere interventi di rilevante impatto tecnologico in grado di incidere sulla capacità competitiva delle imprese anche al fine di salvaguardare i livelli occupazionali e accrescere la presenza delle imprese estere nel territorio nazionale, nei territori delle regioni Abruzzo, Basilicata, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto, a partire dal 26 marzo 2019, è disposta la sospensione della presentazione delle proposte.


La procedura rimarrà aperta solo per il sostegno ai progetti di ricerca e sviluppo da realizzare nei territori delle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Toscana.

Italia-Cina: modificati gli accordi di tassazione dei redditi di capitale

Col Comunicato stampa n. 58 del 23 marzo 2019 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso noto il contenuto dell’Accordo Italia-Cina, firmato lo stesso giorno per modificare il precedente Accordo fiscale sottoscritto nel 1986 in materia di tassazione dei redditi di capitale

Il nuovo Accordo per eliminare le doppie imposizioni fiscali firmato dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, e del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, aggiorna il precedente Accordo firmato il 31 ottobre 1986 modificando in particolare i criteri di tassazione dei seguenti redditi: Dividendi (art. 10), Interessi (art. 11), Royalties (art. 12) e Utili di capitale (art. 13).

DIVIDENDI
In materia di “Dividendi” è prevista una riduzione dell’aliquota convenzionale di prelievo alla fonte rispetto all’Accordo del 1986, dal 10% al 5%, nel caso di partecipazioni dirette di almeno il 25% del capitale della società che paga i dividendi, detenute per un periodo di almeno 365 giorni (partecipazioni qualificate). Secondo le indicazioni del Ministero saranno agevolate le imprese italiane che percepiscono dividendi di fonte cinese, e al tempo stesso, la riduzione dell’aliquota relativa alle partecipazioni qualificate potrà incoraggiare la capitalizzazione delle imprese cinesi in Italia, attraverso investimenti in equity. Per gli altri dividendi, si applica l’aliquota del 10%.

INTERESSI
In materia di “Interessi”, la misura della ritenuta applicabile nello Stato della fonte non può eccedere un’aliquota pari al 10% dell’ammontare lordo degli interessi. Inoltre, è prevista un’aliquota ridotta dell’8% sugli interessi pagati a istituti finanziari, in relazione a prestiti con durata almeno triennale mirati a finanziare progetti d’investimento.
Il Ministero precisa, però, che è prevista l’esenzione da ritenuta alla fonte sui pagamenti di interessi in uscita quando il soggetto pagatore è il Governo o un ente locale, oppure quando gli interessi sono pagati al Governo o a un ente locale, alla Banca Centrale, a un ente pubblico, oppure a un ente il cui capitale è interamente posseduto dal Governo. Ciò consente, tra l’altro, di ripristinare l’esenzione sui pagamenti di interessi di fonte cinese percepiti da alcune istituzioni finanziarie pubbliche italiane le quali – in base all’Accordo del 1986 – non avevano più diritto all’esenzione in quanto non più detenute al 100% da capitale pubblico (CDP, Sace, Simest).
Infine, per quanto riguarda i redditi costituiti da “interessi”, l’Accordo prevede l’esenzione da ritenuta in Italia sui pagamenti di interessi in relazione a titoli emessi da Cassa Depositi e Prestiti, quali i “Panda Bond” (oltre che eventualmente da Sace e Simest, Banca d’Italia) percepiti da soggetti residenti in Cina.

ROYALTIES


In materia di “Royalties” è previsto che l’aliquota generale applicabile nello Stato della fonte non possa eccedere il 10% sui canoni corrisposti per l’uso, o la concessione in uso, di un diritto d’autore su opere letterarie, artistiche o scientifiche ivi compresi il software, le pellicole cinematografiche e le pellicole o registrazioni per trasmissioni televisive o radiofoniche, nonché per brevetti, marchi, disegni o modelli, formule o processi segreti, o per informazioni concernenti esperienze di carattere industriale, commerciale o scientifico. È invece prevista un’aliquota effettiva del 5% (l’aliquota nominale del 10% si applica sull’ammontare del 50 per cento delle royalties) per i pagamenti relativi all’utilizzo o al diritto di utilizzo di attrezzature industriali, commerciali o scientifiche. Tale aliquota è inferiore a quella prevista per le stesse tipologie di pagamenti negli accordi stipulati dalla Cina con i principali Paesi Europei, in cui la riduzione massima si attesta al 6%.

UTILI DI CAPITALE O CAPITAL GAINS


In materia di “Capital gains” il Ministero precisa che è confermato il trattamento delle plusvalenze derivanti dall’alienazione di partecipazioni qualificate con un livello minimo del 25%. Il nuovo accordo prevede tuttavia la tassazione di tali plusvalenze se detenute con un livello di partecipazione al di sopra di tale soglia in qualsiasi momento nei 12 mesi precedenti l’alienazione. Inoltre, per le tipologie di plusvalenze non espressamente disciplinate, la tassazione concorrente prevista nell’attuale Accordo è sostituita con la tassazione esclusiva nello Stato di residenza dell’alienante.

Opzione per i marchi nel periodo di “grandfathering


Chiarimenti sull’esercizio dell’opzione per i marchi nel periodo di “grandfathering” (Agenzia delle Entrate – Principio di diritto 22 marzo 2019, n. 11).

Con riferimento alle modalità di fruizione dell’agevolazione in caso di presentazione di ruling obbligatorio l’opzione produce efficacia – e, quindi, il quinquennio inizia a decorrere – a partire dall’anno di presentazione dell’istanza di ruling.
Nel caso prospettato, dunque, la presentazione dell’istanza di ruling determina l’efficacia dell’opzione e fa decorrere l’intero quinquennio dall’anno 2018 per tutti i beni agevolabili, ovvero software protetto da copyright, brevetti industriali disegni e modelli, nonché di processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili.
Diversamente, per quanto concerne i marchi, si ritiene che la finestra temporale consenta al contribuente, che intende accedere alla procedura di patent box nell’anno 2018 a seguito di presentazione dell’opzione nell’anno 2015, di beneficiare del regime agevolativo entro il termine ultimo del 30 giugno 2021.


Linee guida sul trattamento Iva dei contributi pubblici comunitari


Forniti chiarimenti sul trattamento Iva del finanziamento pubblico comunitario erogato dalla Regione in attuazione del Programma di sostegno allo sviluppo rurale da parte del FEASR per la programmazione Comunitaria 2014/2020 e degli acquisti di beni e servizi effettuati utilizzando i fondi comunitari in questione (Agenzia Entrate – risposta n. 80/2019).

Il finanziamento pubblico comunitario erogato dalla Regione è qualificabile quale sussidio o contributo pubblico e, di conseguenza, non avendo natura di corrispettivo è irrilevante ai fini Iva. I contributi in questione possono essere qualificati come movimentazione di denaro, con la conseguente esclusione degli stessi dal campo di applicazione dell’Iva.


Per quanto riguarda la detrazione dell’imposta assolta sugli acquisti di beni e servizi effettuati utilizzando i predetti contributi, in una precedente pronuncia l’Agenzia ha precisato che per il soggetto destinatario dei contributi pubblici, il diritto a detrazione dell’IVA assolta sugli acquisti di beni e servizi “finanziati” dai contributi fuori campo IVA, è soggetto alle regole di carattere generale che disciplinano il diritto di detrazione, secondo cui “è detraibile dall’ammontare dell’imposta relativa alle operazioni effettuate, quello dell’imposta assolta o dovuta dal soggetto passivo o a lui addebita a titolo di rivalsa in relazione ai beni e servizi acquistati nell’esercizio dell’impresa”.
Da tale definizione emerge che ai fini della detraibilità da parte di un soggetto passivo dell’IVA assolta sugli acquisti di beni e servizi occorre che i predetti acquisti siano inerenti all’attività economica esercitata e tale condizione di inerenza deve essere verificata in relazione alle operazioni attive realizzate a valle.
In tal senso l’IVA relativa agli acquisti effettuati mediante l’utilizzo dei contributi, è detraibile in quanto relativa a beni e servizi impiegati per l’effettuazione delle operazioni attive imponibili connesse al bando regionale.

Chiede il rimborso IRAP il commercialista senza autonoma organizzazione


La contribuente, con specifica attività di consulenza presso le aziende o presso lo studio legale che si avvale delle suddette consulenze, nonché di componente di collegi sindacali, esercita la propria professione senza disporre di autonoma organizzazione. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 21 marzo 2019, n. 8010).

Nella fattispecie esaminata dalla Corte di cassazione la contribuente ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza depositata dalla CTR della Campania, che, confermando la decisione di primo grado, aveva rigettato il ricorso della contribuente avverso il silenzio rifiuto opposto dalla Agenzia alla richiesta di ripetizione di quanto versato a titolo di Irap.
La contribuente ha riferito di svolgere la professione di commercialista, con specifica attività di consulenza presso le aziende o presso lo studio legale che si avvaleva delle suddette consulenze, nonché di componente di collegi sindacali, esercitando la propria professione senza disporre di autonoma organizzazione. Ritenendosi pertanto esclusa dall’assoggettamento ad Irap, aveva inoltrato istanza di rimborso di quanto indebitamente versato. Al silenzio rifiuto dell’Ufficio era seguito il contenzioso dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Napoli che rigettava il ricorso. L’appello era rigettato con la pronuncia ora al vaglio della Corte.
La contribuente censura la sentenza con tre motivi e chiede la cassazione della sentenza per essere stata erroneamente riconosciuta l’autonoma organizzazione nello svolgimento della propria attività professionale, per l’omessa decisione sulla domanda di rimborso, per il mancato esame della documentazione allegata dalla contribuente a supporto delle proprie difese.
Il ricorso viene accolto.
Nel caso di specie il giudice tributario d’appello ha deciso la controversia con la seguente motivazione <<…si ravvisano elementi che dimostrano la presenza di una “autonoma organizzazione” ed infatti, esaminando il quadro RE, emerge una quota di ammortamento di € 3.840,00 di beni ammortizzabili, facenti ovviamente parte della organizzazione dello studio professionale dell’appellante impiegati nella sua attività di commercialista e comprovanti l’esistenza di una struttura organizzativa operativamente autonoma; ….tale autonoma organizzazione trova riscontro nella circostanza di riuscire a produrre “compensi derivanti dall’attività professionale” ammontanti ad € 161.536,00, riferiti all’anno 2007 e la cui entità è indicativa di una capacità produttiva raggiunta con l’impiego di beni strumentali idonei al raggiungimento di siffatti risultati;…sempre nel quadro RE emergono anche compensi per collaborazioni esterne e “spese per prestazioni alberghiere e per somministrazione di alimenti..”, le quali sono pari per l’anno d’imposta in esame ad € 12.117,00 ….e sono l’indice di un’attività professionale con impegni anche al di fuori dell’area operativa. ..>>.
La motivazione mostra che il giudice regionale non ha tenuto conto dei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità. La pronuncia associa l’autonoma organizzazione alla circostanza che la ricorrente impieghi beni nell’esercizio della sua professione, ammortizzandone i costi, così confondendo il dato puramente quantitativo con il requisito di assoggettamento all’imposta. Con ciò ignora che giurisprudenza ormai consolidata àncora la struttura organizzativa autonoma alla qualità dei beni medesimi, ossia alla loro idoneità ad incrementare le capacità lavorative del libero professionista, solo in questa circostanza costituendo quel “quid pluris” atto ad implementare la professionalità del lavoratore e dunque rivelatore della organizzazione autonoma. Valorizza il reddito da lavoro autonomo annualmente conseguito dalla P. (€ 161.536,00 per il solo anno 2007), che è un dato del tutto neutro rispetto al riconoscimento della autonoma organizzazione, non potendosi ontologicamente negare le capacità di guadagno -anche ingenti- del professionista che pur sia privo di autonoma organizzazione; per altro verso, se volesse attribuirs valore a tale dato, proprio il rapporto tra la quota d’ammortamento dei beni utilizzati (inferiore ai 4.000,00 € nell’anno 2007) e il reddito conseguito (superiore ai 160.000,00 €) rivelerebbe la marginalità dei suddetti beni a fronte del valore aggiunto rappresentato dalle intrinseche capacità professionali della contribuente. Valorizza le spese “per prestazioni alberghiere e per somministrazioni di alimenti”, che rappresenta un dato altrettanto incomprensibile rispetto al concetto di “autonoma organizzazione”, evidenziando al contrario solo le spese vive sostenute per gli spostamenti logistici, necessari per raggiungere le sedi delle aziende alle quali offre consulenza o attività di controllo sindacale, o gli studi di quei professionisti che ad essa affidano consulenze, senza che ad esse possa ricondursi la prova della esistenza di una autonoma organizzazione.
In conclusione nessuno degli elementi valorizzati dal giudice regionale è utile ad identificare il requisito per l’assoggettamento all’imposta sulle attività produttive.


Allevatori: aggiornati i coefficienti di reddito per il biennio 2018-2019

Con il Decreto del 15 marzo 2019, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha approvato i nuovi indicatori per il biennio 2018-2019, che gli allevatori devono utilizzare per determinare la quota di reddito prodotta dall’attività di allevamento di animali imputabile a reddito agrario e la parte eccedente imputabile a reddito d impresa

In base alla disciplina fiscale, la parte del reddito medio ordinario dei terreni imputabile al capitale d’esercizio e al lavoro di organizzazione impiegati, nei limiti delle potenzialità del terreno, nell’esercizio di attività agricole su di esso costituisce reddito agrario. La parte eccedente concorre, invece, a formare il reddito d’impresa.
A tal fine, si considera attività agricola l’allevamento di animali con mangimi ottenibili per almeno un quarto dal terreno.
Per tale attività, il reddito di impresa è determinato attribuendo a ciascun capo un reddito pari al valore medio del reddito agrario riferibile a ciascun capo allevato entro il limite, moltiplicato per un coefficiente idoneo a tener conto delle diverse incidenze dei costi. In tal caso le relative spese e gli altri componenti negativi non sono ammessi in deduzione.
Il predetto coefficiente moltiplicatore non si applica agli allevatori che si avvalgono esclusivamente dell’opera di propri familiari quando, per la natura del rapporto, non si configuri l’impresa familiare. Inoltre, se il periodo d’imposta è superiore o inferiore a dodici mesi, i redditi devono essere ragguagliati alla durata di esso.
Per ciascuna specie animale viene stabilito, quindi, con decreto ministeriale, il numero dei capi che rientra nei limiti, tenuto conto della potenzialità produttiva dei terreni e delle unità foraggere occorrenti a seconda della specie allevata.
Col medesimo decreto viene individuato il valore medio del reddito agrario riferibile a ciascun capo allevato e un coefficiente moltiplicatore idoneo a tener conto delle diverse incidenze dei costi, necessari per determinare il reddito d’impresa relativo alla parte eccedente per le attività di allevamento di animali esercitate oltre tale limite.
Col Decreto del 15 marzo 2019, il Ministero ha approvato la misura dei suddetti indicatori applicabili per il biennio 2018-2019, aggiungendo altresì le “tartarughe” e i “camelidi” (Alpaca, Lama e Guanaco) alle categorie di animali il cui allevamento, nei limiti previsti, dà luogo a reddito agrario.

Il codice tributo per sanare gli errori formali


Istituito il codice tributo “PF99” per il versamento, tramite modello F24, delle somme dovute per la definizione agevolata delle violazioni formali (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 21 marzo 2019, n. 37/E).

In sede di compilazione del modello F24 il suddetto codice tributo è esposto nella sezione “ERARIO”, esclusivamente in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, con l’indicazione nel campo “anno di riferimento” del periodo d’imposta a cui si riferisce la violazione, nel formato “AAAA”.
Se le violazioni formali non si riferiscono a un determinato periodo d’imposta, nel campo “anno di riferimento” è indicato l’anno solare in cui sono state commesse le violazioni stesse.
Per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, nel campo “anno di riferimento” è indicato l’anno in cui termina il periodo d’imposta per il quale sono regolarizzate le violazioni formali.
In caso di versamento in forma rateale, il campo “rateazione/Regione/Prov./mese rif.” è valorizzato nel formato “NNRR”, dove “NN” rappresenta il numero delle rate in pagamento e “RR” indica il numero complessivo delle rate (ad esempio: “0102”, nel caso di pagamento della prima delle due rate); in caso di pagamento in un’unica soluzione, nel suddetto campo va indicato il valore “0101”.

Chiarimenti sull’utilizzo dell’eccedenza di ACE

 



Forniti chiarimenti sulla possibilità di computare l’eccedenza di rendimento nozionale (nel seguito “ACE”) in diminuzione dai maggiori imponibili oggetto di definizione in sede di accertamento con adesione e in relazione alle modalità di riconoscimento di tale eccedenza (Agenzia Entrate – circolare n. 5/2019).

L’Aiuto alla crescita economica è un incentivo alla capitalizzazione delle imprese finalizzato a riequilibrare il trattamento fiscale tra le imprese che si finanziano con debito e quelle che si finanziano con capitale proprio, incentivando quest’ultimo mediante una riduzione della imposizione sui redditi.
Con la Legge di Bilancio 2019 la disciplina dell’ACE è stata abrogata, con decorrenza dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018, facendo salva la possibilità di scomputare l’eccedenza di ACE del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, dal reddito complessivo netto dei periodi d’imposta successivi.
Dopo l’abrogazione della disciplina ACE, resta riportabile l’eccedenza esposta nella dichiarazione del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, scomputabile dal reddito complessivo netto dei periodi d’imposta successivi.
Tale meccanismo, incentrato sul riporto illimitato dell’eccedenza di rendimento nozionale, impone l’uso obbligatorio dell’ACE fino a concorrenza del reddito complessivo netto del periodo d’imposta cui si riferisce.
Posto che la normativa e la prassi non contemplano né vietano la possibilità di scomputare l’eccedenza di ACE dai maggiori imponibili accertati o definiti, l’Agenzia delle Entrate ha fornito indicazioni operative che si ispirano alla disciplina dello scomputo delle perdite in accertamento, in ragione delle analogie sussistenti in relazione ai criteri di utilizzo.


Lo scomputo dell’eccedenza di ACE in accertamento


Il legislatore ha espressamente disciplinato lo scomputo delle perdite in accertamento, mentre non esiste alcuna normativa in relazione allo scomputo dell’eccedenza di ACE dai maggiori imponibili accertati o definiti ai fini IRES.


Pur richiamando per analogia il regime delle perdite, quindi, è necessario tenere in considerazione le differenze dettate dalla disciplina di riferimento in materia di ACE.
Lo scomputo fino a concorrenza del reddito complessivo netto dichiarato si riferisce al rendimento nozionale complessivo, dato dalla somma del rendimento nozionale del nuovo capitale proprio determinato nel periodo d’imposta e dell’importo del rendimento nozionale eventualmente riportato dal precedente periodo d’imposta. Non sussiste pertanto alcuna distinzione, in termini di utilizzo, tra ACE “di periodo” e ACE “pregressa”, dovendosi complessivamente utilizzare l’ACE in deduzione e fino a concorrenza del reddito complessivo netto.


Lo scomputo dell’eccedenza di ACE per i soggetti aderenti al consolidato


Anche per i soggetti aderenti alla fiscal unit è ammesso il riconoscimento dell’eccedenza riportabile di ACE a scomputo del maggior imponibile accertato, in sede di definizione in adesione e su richiesta del contribuente, applicando i necessari adattamenti dovuti alle peculiarità del regime del consolidato nazionale.


L’eccedenza di ACE deve essere trasferita alla fiscal unit fino a concorrenza del reddito complessivo netto globale del consolidato. Di conseguenza, non esiste eccedenza di ACE riportabile in capo alla consolidante. La consolidata è l’unico soggetto legittimato a richiedere l’utilizzo dell’eccedenza di ACE per abbattere i maggiori imponibili accertati con l’atto unico.
In sede dichiarativa, l’eccedenza di ACE maturata in costanza di regime deve essere trasferita dalla consolidata alla fiscal unit solo per la parte eccedente il proprio reddito complessivo netto. Pertanto, se la consolidata ha trasferito reddito al gruppo, non avrà eccedenza di ACE da utilizzare in accertamento.


Chiarimenti sull’attività di accertamento


Forniti chiarimenti nell’ambito di due fattispecie di accertamento (Agenzia delle Entrate – Circolare 21 marzo 2019, n.4).

In particolare le precisazioni del Fisco riguardano i seguenti casi particolari:
– la prima fattispecie attiene alla possibilità di scomputo delle perdite pregresse ad integrale abbattimento del maggior imponibile accertato, anziché nel limite dell’ottanta per cento ordinariamente previsto. In particolare, tale ipotesi attiene alla circostanza in cui, nell’ambito dichiarativo, il contribuente non abbia compensato tutte le perdite pregresse disponibili e utilizzabili nel limite dell’ottanta per cento del reddito imponibile, ma solo una parte di esse, in modo da usufruire di crediti di imposta, ritenute alla fonte a titolo di acconto, versamenti in acconto e eccedenze, in detrazione dall’imposta dovuta;
– la seconda ipotesi riguarda la possibilità di ricalcolo del credito per le imposte pagate all’estero, ai fini della sua detrazione dalla maggiore imposta dovuta in sede di accertamento.

IRAP per l’ingegnere che eroga compensi a terzi (professionisti o meno)


Ai fini IRAP, i compensi erogati dal professionista a terzi non rilevano solo se corrisposti a dipendenti subordinati, essi sono indice del superamento della struttura organizzativa minimale anche quando sono corrisposti a terzi professionisti, quali indice sintomatico della sussistenza del presupposto della autonomia organizzativa. (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. trib. – Ordinanza 15 marzo 2019, n. 7409).

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte il contribuente esercita la libera professione di ingegnere ed ha richiesto la restituzione dell’IRAP versata per gli anni 2006, 2007, 2008 e 2009, ricevendo il rifiuto dall’Amministrazione finanziaria che ha debitamente impugnato avanti la CTP competente, senza trovare riscontro favorevole alle proprie ragioni.
Interponeva quindi appello che trovava parziale accoglimento, poiché la CTR riteneva che limitatamente all’anno di imposta 2009 il contribuente avesse svolto la propria attività professionale “intuitu personae”, senza cioè avvalersi dell’opera di collaboratori o terzi, mentre, per gli altri anni, l’esposizione in dichiarazione di ricorrenti compensi ad altri professionisti sarebbe indiscusso indice di autonoma organizzazione che supera i limiti minimali tollerati per l’esenzione dall’imposta che, viene ricordato, ha carattere reale e colpisce non il reddito bensì il valore aggiunto prodotto da attività autonomamente organizzate, la cui prova di esistenza è circostanza di mero fatto rimessa al giudice di merito, secondo l’insegnamento della Consulta.
Avverso questa sentenza, nel capo che lo vede soccombente, spicca ricorso per cassazione il contribuente, che viene però rigettato, in quanto, non ha fondamento la tesi secondo cui i compensi a terzi rilevano solo se corrisposti a dipendenti subordinati mentre al contrario essi sono indice del superamento della struttura organizzativa minimale anche quando sono corrisposti a terzi professionisti (sulla cui rilevanza quali indice sintomatico della sussistenza del presupposto della autonomia organizzativa).
Pertanto, con giudizio di fatto, insuscettibile di sindacato avanti questa Corte, il giudice di merito ha coerentemente motivato ritenendo che i compensi erogati a terzi (professionisti o meno) per gli anni 2006, 2007 e 2008 siano in misura tale da far presumere necessario il loro apporto per l’attività del contribuente, senza i quali non avrebbe potuto svolgersi o non avrebbe potuto svolgersi in quella determinata maniera.