Padre lavoratore dipendente e madre lavoratrice autonoma: gestione riposi giornalieri


L’Inps fornisce istruzioni amministrative in materia di diritto alla fruizione dei riposi giornalieri di cui all’articolo 40 del D.lgs 26 marzo 2001, n. 151, nel caso di padre lavoratore dipendente e madre lavoratrice autonoma. Il padre lavoratore dipendente può fruire dei riposi in questione dalla nascita o dall’ingresso in famiglia/Italia in caso di adozioni o affidamenti nazionali o internazionali del minore, a prescindere dalla fruizione dell’indennità di maternità della madre lavoratrice autonoma (Circolare n. 140/2019).


La Corte di Cassazione, sezione Lavoro, con la sentenza n. 22177/2018 ha affermato il principio secondo cui l’utilizzo da parte del padre lavoratore dipendente dei riposi giornalieri di cui all’articolo 40 del D.lgs 26 marzo 2001, n. 151, non è alternativo alla fruizione dell’indennità di maternità della madre lavoratrice autonoma. Secondo la sentenza, potendo entrambi i genitori lavorare subito dopo l’evento della maternità, risulta maggiormente funzionale affidare agli stessi genitori la facoltà di organizzarsi nel godimento dei medesimi benefici al fine di una gestione familiare e lavorativa meglio rispondente alle esigenze di tutela della normativa, salvo i soli limiti temporali previsti.
Ciò premesso, l’Inps fornisce alcune precisazioni:
– nel caso in cui la madre sia lavoratrice autonoma, il padre lavoratore dipendente può fruire dei riposi di cui all’in questione dalla nascita o dall’ingresso in famiglia/Italia in caso di adozioni o affidamenti nazionali o internazionali del minore, a prescindere dalla fruizione dell’indennità di maternità della madre lavoratrice autonoma. Sono, pertanto, da intendersi superate le indicazioni fornite al punto 2), 4° capoverso, della circolare n. 8 del 17 gennaio 2003;
– restano valide, invece, le indicazioni fornite nella citata circolare in materia di incompatibilità.
Le indicazioni sopra fornite si applicano alle domande pervenute e non ancora definite e, a richiesta dell’interessato, anche agli eventi pregressi per i quali non siano trascorsi i termini di prescrizione ovvero per i quali non sia intervenuta sentenza passata in giudicato. Con successivo messaggio saranno fornite indicazioni di dettaglio relative agli applicativi informatici.

Definite le modalità di concessione dei contributi per l’acquisto di Smart Tv e Decoder


Pubblicate le modalità per l’erogazione dei contributi in favore dei consumatori per l’acquisto di apparati televisivi idonei alla ricezione dei programmi con le nuove tecnologie trasmissione DVB-T2 (Ministero dello Sviluppo Economico – decreto 18 ottobre 2019).

Il contributo viene concesso a partire dal 18 dicembre 2019 ed è riconosciuto ai residenti nel territorio italiano appartenenti a nuclei familiari con ISEE non superiore a 20.000 euro. Inoltre, il contributo è riconosciuto per ciascun nucleo familiare e per l’acquisto di un solo apparecchio.
Il contributo viene assegnato sotto forma di sconto praticato dal venditore dell’apparecchio sul relativo prezzo di vendita, per un importo pari a 50 euro o pari al prezzo di vendita se inferiore. Lo sconto è applicato sul prezzo finale di vendita complessivo dell’imposta sul valore aggiunto e non riduce la base imponibile dell’imposta.


Il riconoscimento del contributo non può essere richiesto a tutti i rivenditori degli apparecchi televisivi, ma solo a quelli preventivamente registrati tramite il servizio telematico messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.
Ai fini dell’applicazione dello sconto, il venditore registrato, avvalendosi del servizio telematico, deve trasmettere alla Direzione generale per i servizi di comunicazione elettronica, di radiodiffusione e postali del Ministero dello sviluppo economico una comunicazione telematica contenente a pena di inammissibilità:
– il codice fiscale del venditore;
– il codice fiscale dell’utente finale e gli estremi del documento d’identità allegato alla richiesta;
– i dati identificativi dell’apparecchio, per consentirne la verifica di idoneità;
– il prezzo finale di vendita, comprensivo dell’imposta sul valore aggiunto;
– l’ammontare dello sconto da applicare, pari a cinquanta euro, ovvero pari al prezzo, se quest’ultimo è inferiore a cinquanta euro.


Il venditore recupera lo sconto applicato mediante un credito d’imposta, da indicare nella dichiarazione dei redditi, utilizzabile esclusivamente in compensazione con il modello F24. A breve l’Agenzia delle Entrate istituirà il relativo codice tributo da indicare nel modello di pagamento.

Trasmissione telematica dei corrispettivi anche per gli istituti di vendite giudiziarie


L’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi previsto dal 1° gennaio 2020, è rivolto anche agli istituti che si occupano della vendita di beni delle procedure esecutive concorsuali (Agenzia Entrate – risposta n. 489/2019).

Riguardo alla trasmissione telematica dei corrispettivi, l’attività di vendita al dettaglio di beni da parte degli istituti vendite giudiziarie non rientra tra le attività esonerato dal suddetto obbligo.


Pertanto, anche per la vendita di beni delle procedure esecutive e concorsuali autorizzata dal Ministero di grazia e giustizia:
– fino al 31 dicembre 2019 vi è l’obbligo di emissione dello scontrino o della ricevuta fiscale;
– dal 1° gennaio 2020 (termine anticipato al 1° luglio 2019 per i soggetti con volume d’affari superiore a 400.000 euro) vi è invece l’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate.

Acquisti di carburante per autotrazione: tracciabilità dei pagamenti ai fini fiscali


Ai fini della detraibilità dell’Iva e della deducibilità dei costi relativi agli acquisti di carburante per autotrazione, non costituisce inadempimento dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti il rapporto di conto corrente tra l’ente e le imprese di autotrasporto associate (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 14 novembre 2019, n. 19).

A decorrere dal primo luglio 2018, nel caso di acquisto di carburanti e lubrificanti per autotrazione, la deduzione della spesa ai fini delle imposte dirette e la detrazione dell’Iva relativa è consentita solo in caso di utilizzo di mezzi di pagamento diversi dal denaro contante. Si tratta, in particolare, di carte di credito, carte di debito, carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione e degli altri mezzi di pagamento specificatamente individuati dal Direttore dell’Agenzia delle entrate. Lo scopo della norma è quello di consentire all’amministrazione finanziaria di prevenire e contrastare l’evasione fiscale e le frodi Iva, nonché di incentivare l’adempimento spontaneo dei contribuenti.
Nella fattispecie esaminata dall’Amministrazione finanziaria, l’istante descrive il caso di un ente associativo (consorzio o cooperativa) che, operando nell’interesse delle imprese di autotrasporto associate, si aggiudica i servizi di trasporto che saranno effettivamente svolti da quest’ultime. Tale ente, inoltre, provvede all’acquisto del carburante per cederlo alle stesse a prezzi inferiori rispetto a quelli di mercato. Ciò premesso, l’istante evidenzia che, nella fattispecie, tra l’ente e le imprese associate sussiste un rapporto di conto corrente, in base al quale si realizza un meccanismo di compensazione tra i debiti delle imprese per gli acquisti di carburante, ed i crediti che quest’ultime vantano nei confronti dell’ente per i servizi di trasporto resi per suo conto. Ne consegue che le imprese associate non effettuano il pagamento del carburante contestualmente all’acquisto. Secondo l’istante, il rapporto di conto corrente tra l’ente e le imprese di autotrasporto associate non costituisce inadempimento dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti relativi agli acquisti di carburante per autotrazione. Il pagamento del saldo risultante dagli importi non compensati a favore di uno dei due soggetti del rapporto è, infatti, comunque effettuato con mezzi tracciabili. Inoltre, tutte le operazioni oggetto di compensazione, a decorrere dal 2019, sono documentate con fattura elettronica.
Il Fisco condivide la soluzione interpretativa prospettata dall’istante a condizione che:
1) l’acquisto del carburante da parte dell’ente associativo avvenga con pagamento tracciabile documentato con fattura elettronica;
2) i singoli acquisti di carburante effettuati da ciascuna impresa di autotrasporto associata siano documentati con fattura elettronica;
3) i rapporti di debito e credito tra l’ente associativo e le singole imprese derivanti dal contratto di conto corrente risultino da chiare e dettagliate evidenze contabili;
4) i pagamenti degli importi eventualmente non compensati siano effettuati con mezzi tracciabili.

Il costo del lavoratore “distaccato” impiegato nell’attività di ricerca è agevolabile


Può rientrare tra i costi agevolabili Il costo del personale “distaccato” sostenuto dalla società beneficiaria che dichiara di aver realizzato attività di ricerca e sviluppo per la quale intende fruire del credito d’imposta (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 14 novembre 2019, n. 485)


 


Il credito d’imposta in oggetto è previsto per tutte le imprese che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo  a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020 in misura pari al 25 per cento delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015. Sono ammissibili al credito d’imposta le spese relative al personale impiegato nelle attività di ricerca e sviluppo.
La società istante dichiara di aver realizzato, nel periodo d’imposta 2018, attività di ricerca e sviluppo per la quale intende fruire del credito d’imposta. L’istante premette che oggetto del presente interpello non è la riconducibilità delle menzionate attività di ricerca e sviluppo tra quelle agevolabili, bensì l’inclusione degli oneri relativi ad un contratto dallo stesso definito di “distacco” di un’unità di personale da parte di una società consociata nelle tipologie di costo ammissibili. In particolare, la società fa presente che alla suddetta attività di ricerca ha partecipato anche un dipendente e responsabile agronomico con esperienza ventennale in qualità di dipendente distaccato dalla società consociata (distaccante). In virtù dell’asserito contratto di “distacco” il dipendente ha svolto, nel periodo dal 14 maggio 2018 al 15 ottobre 2018, la propria attività di tipo tecnico quale responsabile dei servizi nell’area agronomica, sotto il diretto controllo e direzione dell’impresa distaccataria (l’istante). Inoltre, l’accordo prevede che le prestazioni del suddetto dipendente verranno addebitate alla società beneficiaria dalla società distaccante “al puro costo orario previsto dal vigente C.C.N.L. per i Lavoratori Dipendenti delle Cooperative e Consorzi Agricoli con aggiunta della contribuzione di Legge”.
In particolare, la società fa presente di essere una cooperativa agricola nata e costituita da tre cooperative che hanno come associati solo aziende agricole che producono e conferiscono. L’istante rappresenta inoltre che in questi anni si è dotato di personale tecnico specializzato, direttamente assunto e per alcune altre attività, di personale distaccato e liberi professionisti con alta specializzazione. Le tre cooperative in passato hanno svolto attività di ricerca affrontando tematiche diverse secondo le richieste dei propri associati.
Con riferimento, quindi, al quesito posto nell’istanza d’interpello, avente ad oggetto la riconducibilità tra i costi agevolabili dei costi sostenuti dall’istante per remunerare un’unità di personale tecnico impiegata in attività di ricerca e sviluppo, dal 14 maggio 2018 al 15 ottobre 2018, in virtù di un contratto definito dall’istante come di “distacco” dalla “società consociata”, il Fisco rappresenta quanto segue.
Come si evince dal contratto, la società che utilizza l’unità di personale rifonde alla società dante causa del contratto i costi sostenuti per la predetta unità di personale, a fronte della prestazione lavorativa svolta sotto il proprio controllo e direzione.
Nel rapporto che si viene a creare, il potere direttivo e di controllo, sono attribuiti all’utilizzatore dell’unità di personale beneficiario della prestazione.
Alla luce dei predetti elementi, il lavoratore può perciò considerarsi, nel corso della durata del predetto contratto (dal 14 maggio 2018 al 15 ottobre 2018) sostanzialmente alle dipendenze dell’impresa utilizzatrice. Pertanto, tutto ciò premesso e rappresentato, si ritiene che il costo del personale sostenuto dalla società istante possa rientrare tra i costi agevolabili, nella misura in cui detto lavoratore partecipi effettivamente all’attività di ricerca e sviluppo sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore e in presenza di tutti gli ulteriori requisiti delle disposizioni normative primarie e delle disposizioni di attuazione.

Alberghi, istruzioni sull’invio telematico dei corrispettivi


  Forniti chiarimenti sulla certificazione dei corrispettivi relativi alla prestazioni di servizio rese dalle attività alberghiere con ristorazione, a fronte dell’obbligo di memorizzazione e trasmissione telematica previsto dal 1° gennaio 2020 (termine anticipato al 1° luglio 2019 per i soggetti con volume d’affari superiore a € 400.000) (Agenzia Entrate – risposta n. 486/2019).

Per le attività alberghiere, ai fini della corretta trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate, occorre distinguere i casi in cui le prestazioni vengano acquisite direttamente dal cliente oppure vengano acquisite direttamente dalle agenzie di viaggio in nome proprio per essere poi ceduti ai clienti fruitori.


Nel primo caso, ossia, qualora le prestazioni (servizio alberghiero e di ristorazione) vengano acquistate direttamente dal cliente cui sono rese, anche per il tramite delle agenzie che gestiscono la prenotazione, l’operazione va certificata fino al 31/12/2019 mediante scontrino o ricevuta fiscale e dal 1° gennaio 2020 (termine anticipato al 1° luglio 2019 per i soggetti con volume d’affari superiore a € 400.000) con la memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate.


Quando invece i servizi sono acquistati direttamente dalle agenzie di viaggio in nome proprio per essere poi ceduti ai clienti fruitori, il corrispettivo deve essere documentato con fattura.
In particolare, al momento del pagamento (anche parziale) del corrispettivo, deve essere emessa:
– fattura elettronica tramite SdI nei confronti di tutte le agenzie di viaggio residenti o stabilite nel territorio dello Stato;
– fattura ordinaria (cartacea e/o elettronica) nei confronti delle agenzie non residenti, con l’obbligo di tracciare l’operazione mediante il cd “esterometro”, salvo in ogni caso la possibilità di accordarsi con il destinatario per l’emissione tramite SdI alfine di ovviare all’estero metro.


Per rendicontare alle agenzie di viaggio i servizi resi al fine del pagamento del corrispettivo l’istante può essere utilizzata una fattura pro-forma o altro documento similare, compreso il documento commerciale con la dicitura “corrispettivo non riscosso”.

Riqualificazione energetica immobili “beni-patrimonio”: diritto alla detrazione

La Corte di Cassazione ha affermato il principio di diritto secondo cui il beneficio fiscale (cd. “Eco Bonus”), per le spese documentate ed effettivamente rimaste a carico del contribuente, relative ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta anche ai soggetti titolari di reddito d’impresa (incluse le società), i quali abbiano sostenuto le spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico su edifici concessi in locazione a terzi – cd. “Immobili beni-patrimonio” (Corte di Cassazione – Sentenza n. 29162 del 2019).

IL CASO


L’Agenzia delle Entrate ha emesso cartella di pagamento nei confronti di una società immobiliare, a seguito di controllo formale della dichiarazione dei redditi, per il recupero del beneficio fruito in relazione alle spese sostenute per la sostituzione di vecchi infissi con nuovi prodotti a vetrocamera rispettanti specifici standards presso un immobile concesso in locazione a terzi.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, per i redditi d’impresa (inclusi quelli prodotti dalle società), il bonus fiscale spetterebbe solo per gli interventi sui fabbricati strumentali all’attività sociale, mentre dovrebbero rimanere esclusi dall’agevolazione gli “immobili- merce” (o “beni-merce”), categoria nella quale inserisce anche quelli locati a terzi dalle società di gestione immobiliare.

NORMATIVA DI RIFERIMENTO


La Finanziaria 2007 ha previsto che, per le spese documentate, sostenute in relazione ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta una detrazione dall’imposta lorda per una quota pari al 55% degli importi a carico del contribuente – cd. “Eco-Bonus”.
Il decreto attuativo, con riferimento ai “soggetti ammessi alla detrazione”, prevede che l’Eco-Bonus spetti alle persone fisiche non titolari di reddito d’impresa, nonché ai soggetti titolari di reddito d’impresa che sostengano spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico sugli edifici esistenti, su parti di edifici esistenti o su unità immobiliari esistenti di qualsiasi categoria catastale, anche rurali, posseduti o detenuti. Nel caso in cui gli interventi siano eseguiti mediante contratti di locazione finanziaria, la detrazione compete all’utilizzatore ed è determinata in base al costo sostenuto dalla società concedente.


DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La Corte Suprema ha evidenziato che, sulla base del quadro normativo di riferimento, il bonus fiscale (detrazione del 55%) è finalizzata alla riqualificazione energetica degli edifici esistenti e si rivolge ad un’ampia platea di beneficiari (“soggetti ammessi alla detrazione”), siano essi persone fisiche non titolari di reddito d’impresa, o soggetti titolari di reddito di impresa, incluse le società, con la precisazione che, se gli immobili sui quali è effettuato l’intervento sono concessi a terzi a titolo di leasing, la detrazione è comunque dovuta, ma compete all’utilizzatore anziché alla società concedente.
La ratio legis dell’Eco-Bonus consiste nell’intento d’incentivare gli interventi di miglioramento energetico dell’intero patrimonio immobiliare nazionale, in funzione della tutela dell’interesse pubblico ad un generalizzato risparmio energetico, ed è coerente e si salda con il tenore letterale delle norme di riferimento, le quali non pongono alcuna limitazione, né di tipo oggettivo (con riferimento alle categorie catastali degli immobili), né di tipo soggettivo (riconoscendo il bonus alle “persone fisiche”, “non titolari di reddito d’impresa” ed ai titolari di “reddito d’impresa”, incluse ovviamente le società), alla generalizzata operatività della detrazione d’imposta.
I giudici della Suprema Corte hanno evidenziato, invece, che la fruizione del beneficio è subordinata alla circostanza che le spese siano rimaste a carico del contribuente. Con riferimento ai soggetti titolari di reddito di impresa, ciò deve essere interpretato nel senso che la detrazione spetta nella misura in cui il costo “a monte” non sia altrimenti deducibile.
Orbene, in base alla qualificazione degli immobili per destinazione, rilevante sul piano contabile e fiscale, gli immobili posseduti da società immobiliari e destinati al mercato locativo costituiscono “immobili-patrimonio”, e si distinguono dagli “immobili strumentali” (destinati all’esercizio dell’attività imprenditoriale) e degli “immobili-merce” (destinati al mercato di compravendita).
Riguardo agli immobili-patrimonio, ossia gli immobili concessi in locazione (non costituenti “beni strumentali” o “beni-merce”), il reddito è di regola determinato ponendo a confronto il canone di locazione, ridotto fino a un massimo del 15% dello stesso, e le spese di manutenzione ordinaria, documentate ed effettivamente rimaste a carico (vale a dire non recuperate dagli inquilini). La disciplina fiscale, dunque, prevede una speciale deroga al principio generale dell’inerenza dei componenti negativi del reddito, rispetto al quale sancisce un divieto assoluto di deducibilità per tutti i componenti negativi relativi agli “immobili-patrimonio”. Pertanto, secondo la Corte Suprema, in ragione dell’indeducibilità delle spese di miglioramento energetico, benché inerenti e migliorative, il bonus fiscale deve ritenersi spettante anche alle società immobiliari in relazione agli interventi su immobili concessi in locazione, esattamente come spetterebbe ad una persona fisica, non titolare di redditi d’impresa, che nulla può dedurre dalla base imponibile.


In conclusione, la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “Il beneficio fiscale, consistente in una detrazione dall’imposta lorda per una quota pari al 55% degli importi rimasti a carico del contribuente, di cui all’artt. 1, commi 344 e seguenti, della legge n. 296/2006 (Finanziaria 2007) e al decreto del ministero dell’economia e delle finanze del 19 febbraio 2007, per le spese documentate relative ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta anche ai soggetti titolari di reddito d’impresa (incluse le società), i quali abbiano sostenuto le spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico su edifici concessi in locazione a terzi”.

“Contratto misto” in regime forfetario


La causa ostativa relativa alla fuoriuscita dal regime forfetario non trova applicazione in caso di “contratto misto”, laddove non sia ravvisabile un preesistente rapporto di lavoro dipendente e l’utilizzo del c.d. contratto misto non comporti artificiose trasformazioni di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 13 novembre 2019, n. 484).

La legge n. 190 del 2014, all’articolo 1, commi da 54 a 89, ha introdotto un regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. La legge di bilancio 2019 ha modificato, con portata estensiva, l’ambito di applicazione del regime forfetario. Tra le altre modifiche apportate, si rileva la riformulazione di alcune delle cause ostative all’applicazione del regime forfetario e, per quanto concerne il quesito posto dall’Istante, di quella di cui alla lettera d-bis) del comma 57dell’articolo 1 della legge n. 190 del 2014.
La richiamata lettera d-bis) del comma 57 prevede che non possono avvalersi del regime forfetario “le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta, ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro, ad esclusione dei soggetti che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni”.
Nell’istanza presentata all’Amministrazione finanziaria, la Società istante oltre ad avvalersi della figura professionale del consulente finanziario con contratto tipico di mandato o di agenzia, ha adottato, per l’offerta di prodotti finanziari alla clientela, una soluzione contrattuale denominata “contratto misto”, come contrattazione di secondo livello con le Organizzazioni Sindacali più rappresentative.Tale tipologia contrattuale prevede che la Società attivi – in capo alla stessa persona – un rapporto di lavoro subordinato part-time a tempo indeterminato e,contestualmente, uno, parallelo e distinto, di lavoro autonomo, previa sua iscrizione all’Albo dei consulenti finanziari, condizione necessaria per lo svolgimento dell’attività di promozione, collocamento di prodotti finanziari e servizi di investimento in un luogo diverso dalla sede della società.
Con riferimento alla fattispecie rappresentata si ritiene che per i c.d. “contratti misti” stipulati dalla Società successivamente all’entrata in vigore della modifica normativa – tenuto conto, peraltro,che tale tipologia contrattuale è stata istituita da un accordo sindacale sottoscritto in data 1° febbraio 2017 (quindi anteriormente all’entrata in vigore del nuovo testo della norma in analisi) – laddove non sia ravvisabile un preesistente rapporto di lavoro dipendente e l’utilizzo del c.d. contratto misto non comporti artificiose trasformazioni di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo, la causa ostativa non trovi applicazione. Resta inteso che laddove il duplice rapporto di lavoro(autonomo e dipendente) dovesse subire modifiche sostanziali, nel corso della durata dello stesso, volte a traslare una quota di redditi percepiti dalla tipologia di redditi di lavoro dipendente a quella di redditi di lavoro autonomo, la causa ostativa in parola troverebbe, senza dubbio, applicazione con conseguente fuoriuscita dal regime forfetario nel periodo d’imposta successivo a quello in cui si verifica il predetto mutamento sostanziale, ravvisandosi, in tali ipotesi, l’artificiosa trasformazione di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo, che la norma mira a contrastare.
Da ultimo, è appena il caso di precisare che, qualora l’attività di lavoro autonomo nei fatti rappresentata, dovesse essere un’attività effettivamente riconducibile, ai fini fiscali, ad un rapporto di lavoro da cui ritrarre reddito di lavoro dipendente o assimilato a quello di lavoro dipendente – circostanza su cui rimane fermo il potere di controllo dell’amministrazione finanziaria – il regime forfetario in commento non potrà, in ogni caso, trovare applicazione.


Imponibili ai fini Irap i contributi erogati dalle Regioni alle imprese di trasporto pubblico locale


Sono da includere nella base imponibile Irap, i contributi erogati dalle Regioni alle imprese esercenti il trasporto pubblico locale, anche se non assoggettati alla imposte sui redditi (Corte di cassazione – ordinanza n. 29192/2019).

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione che si espressa sull’imponibilità ai fini Irap dei contributi regionali percepiti dalle aziende di trasporti urbani.


A tal riguardo, i giudici della Corte hanno chiarito che, ai fini Irap, devono essere inclusi nel calcolo della base imponibile tutti i contributi erogati a norma di legge, ivi compresi quelli versati alle imprese esercenti il trasporto pubblico locale al fine di ripianare i disavanzi di esercizio, sebbene non assoggettati alle imposte sui redditi


Sono invece da escludere dal calcolo della base imponibile Irap, i contributi per i quali l’esclusione dalla base imponibile sia prevista dalle relative leggi istitutive ovvero da altre disposizioni di carattere speciale o rispetto ai quali la legge istitutiva preveda espressamente la specifica correlazione a determinati componenti negativi non ammessi in deduzione ai fini IRAP.

Tassazione dei compensi spettanti ai giudici tributari


Risultano applicabili le ordinarie modalità di tassazione ai compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie erogati in periodi d’imposta successivi a quello di maturazione, con periodicità costante, tale da considerarsi fisiologica (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 13 novembre 2019, n. 483).

I compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie (CUT) sono qualificati redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e, sono determinati con le medesime regole applicabili ai redditi di lavoro dipendente.
Questi ultimi redditi, come noto, sono costituiti da tutte le somme e i valori in genere a qualunque titolo percepiti nel periodo di imposta, compresi quelli corrisposti entro il giorno 12 del mese di gennaio del periodo di imposta successivo a quello di riferimento (c.d. principio di “cassa allargato”).
I compensi corrisposti dopo il 12 gennaio sono, invece, imputati all’anno stesso in cui sono percepiti (c.d. principio di “cassa”).
Con riferimento alle modalità di tassazione di tali redditi, è prevista l’applicazione della tassazione separata al verificarsi di specifiche condizioni. È applicabile la tassazione separata nel caso di erogazione di “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti, compresi i compensi e le indennità”.
In particolare, le situazioni che possono in concreto assumere rilevanza ai fini della tassazione separata sono di due tipi:
a) quelle di “carattere giuridico” che consistono nel sopraggiungere di norme legislative, di sentenze o di provvedimenti amministrativi, ai quali è sicuramente estranea l’ipotesi di un accordo tra le parti in ordine ad un rinvio del tutto strumentale nel pagamento delle somme spettanti;
b) quelle consistenti in “oggettive situazioni di fatto”, che impediscono il pagamento delle somme riconosciute spettanti entro i limiti di tempo ordinariamente adottati dalla generalità dei sostituti d’imposta.
L’applicazione del regime di tassazione separata deve escludersi ogni qualvolta la corresponsione degli emolumenti in un periodo d’imposta successivo deve considerarsi “fisiologica” rispetto ai tempi tecnici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi.
Qualora ricorra una delle cause giuridiche non deve essere effettuata alcuna indagine in ordine al ritardo nella corresponsione per valutare se detto ritardo possa essere considerato “fisiologico”rispetto ai tempi tecnici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi. La predetta indagine va, invece, sempre effettuata quando il ritardo è determinato da circostanze di fatto.
Ciò considerato, con la sentenza n. 142 del 28 maggio 2014, la Corte Costituzionale non è intervenuta sui sopra richiamati principi in tema di tassazione separata ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 5 dell’art. 39 del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98 – convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 – nella parte in cui disponeva che “i compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie entro il periodo di imposta successivo a quello di riferimento si intendono concorrere alla formazione del reddito imponibile ai sensi dell’articolo 11 del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.
In altri termini, tale disposizione stabiliva che tali compensi erano soggetti alla tassazione ordinaria anche se corrisposti dopo il 12 gennaio dell’anno successivo a quello di riferimento. Nella citata sentenza, la Corte Costituzionale, nel rimuovere la disposizione dall’ordinamento ha confermato i principi che ispirano la tassazione separata sui redditi di lavoro dipendente ed assimilati.
Alla luce di quanto affermato dalla Corte Costituzionale, in linea con i principi generali in materia di tassazione separata e con i documenti di prassi, si ritiene che qualora i compensi siano erogati in periodi d’imposta successivi a quello di maturazione, con periodicità costante, tale da considerarsi fisiologica, agli stessi risultano applicabili le ordinarie modalità di tassazione.
In altri termini, i compensi maturati in precedenti periodi di imposta ed erogati nei tempi ordinariamente necessari per l’espletamento della procedura di liquidazione -tempi che determinerebbero l’erogazione delle somme ad intervalli regolari – devono essere assoggettati a tassazione ordinaria.
In tal caso, infatti, l’applicazione della tassazione, secondo le ordinarie aliquote per scaglioni, non altera la capacità contributiva dei percettori, in quanto il reddito annuale risulterà costante, nonostante la componente variabile sia maturata in anni precedenti a quello di erogazione.
Resta fermo, che qualora nel medesimo periodo d’imposta siano erogati,eccezionalmente, emolumenti arretrati relativi a più anni, in quanto, ad esempio, la semplificazione delle procedure ha comportato una accelerazione dei pagamenti, si può assumere, che il maggior ritardo nella erogazione delle somme relative agli anni più risalenti sia dovuto a cause non fisiologiche, tali da giustificare l’assoggettamento delle stesse alla tassazione separata.
Nel caso esaminato dall’Amministrazione finanziaria si ritiene che sia la liquidazione dei Compensi variabili, relativi al periodo d’imposta 2018, erogati nel 2019, che quella dei Compensi CUT, relativi ai periodi di imposta 2015 e 2016, erogati rispettivamente nel 2017 e 2018, avviene ad intervalli regolari ovvero nei tempi ordinariamente necessari per l’espletamento delle relative procedure di liquidazione. Pertanto, salvo verifiche di fatto non esperibili in sede di interpello, si ritiene che detti emolumenti siano da assoggettare al regime della tassazione ordinaria.
Diversamente, in relazione ai Compensi CUT relativi al periodo d’imposta 2014 erogati nel 2017, è corretta l’applicazione del regime della tassazione separata, in quanto il ritardo appare imputabile a cause non fisiologiche.