Il Fisco risponde sui distributori automatici senza raccolta di denaro


Le cessioni effettuate fino al 31 dicembre 2019 dall’esercente attività di commercio al minuto, tramite distributori automatici senza raccolta di denaro, sono correttamente certificate con l’emissione della ricevuta fiscale e l’annotazione nel registro dei corrispettivi. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 11 ottobre 2019, n. 413).

L’istante è rivenditore autorizzato di distributori automatici, generalmente posizionati in comodato d’uso all’interno di palestre, centri fitness e simili, che funzionano tramite una scheda che, una volta attivata dal cliente, permette di acquistare con le seguenti formule: piano a ricarica e abbonamento.
Posto che il distributore non consente l’incasso di denaro, i piani di ricarica e gli abbonamenti vengono acquistati direttamente alla reception della palestra, che incassa le somme per conto dell’istante e comunica al cliente che la ricevuta di pagamento gli verrà recapitata per posta elettronica dall’istante, tramite proprio software.
Alla fine della giornata, l’istante controlla le transazioni intervenute per tutti i distributori concessi in comodato d’uso ed annota il totale nel registro dei corrispettivi.
Alla fine del mese, in base alla rendicontazione di tutte le palestre, l’istante comunica a ciascuna di esse l’importo che dovranno bonificargli (corrispondente agli incassi effettuati per suo conto), nonché l’importo che dovranno fatturare nei suoi confronti (corrispondente alla provvigione sulle vendite).
Considerata la diversità dei propri distributori rispetto a quelli tradizionali, incasso esclusivamente tramite reception per i primi, inserendo il denaro o la chiavetta per i secondi, – l’istante chiede quali siano gli adempimenti da porre in essere.
Per il Fisco la fattispecie in questione non ricadrebbe negli obblighi di memorizzazione e trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi ex articolo 2, comma 2, del D.Lgs. n.127 del 2015, con la conseguenza che, fino al 31 dicembre 2019, le cessioni effettuate dall’istante sono correttamente certificate con l’emissione della ricevuta fiscale e l’annotazione nel registro dei corrispettivi.
In ogni caso, a decorrere dal 1° gennaio 2020, la certificazione dei corrispettivi per le operazioni di commercio al minuto e attività assimilate è perseguita attraverso la trasmissione telematica ex articolo 2, comma 1, del D.Lgs. n. 127 del 2015, che è sostitutiva – oltre che della registrazione di cui al citato articolo 24 del D.P.R. n. 633 del 1972 – anche degli obblighi di certificazione fiscale di cui all’articolo 12, comma 1, della legge 30 dicembre 1991, n. 413, e al decreto del Presidente della Repubblica 21 dicembre 1996, n. 696.

Cabine per il lido agevolate con superammortamento

Via libera dell’Agenzia delle Entrate all’applicazione del superammortamento in relazione all’acquisto di cabine in legno amovibili per l’allestimento stagionale dello stabilimento balneare (Risposta a interpello 09 ottobre 2019, n. 404)

IL CASO


La società, titolare di attività stagionale di stabilimento balneare, ha acquistato nel 2018 cabine balneari in legno, costituite con tetto tipo a capanna, senza pavimentazione, con ferramenta di montaggio inox e serratura porta con chiave, che al termine di ogni stagione balneare rimuove in regione della licenza stagionale (cabine balneari amovibili).
Si chiede se il tipo di investimento possa fruire dell’agevolazione cd. “superammortamento”.

PARERE DEL FISCO


Al fine di incentivare gli investimenti in beni strumentali nuovi da parte di imprese e professionisti è stata introdotta l’agevolazione cd. “superammortamento”, che consente di maggiorare il costo di acquisizione dei beni acquistati, ai fini delle imposte sui redditi e con esclusivo riferimento alla determinazione delle quote di ammortamento e dei canoni di leasing che concorrono alla formazione del reddito d’impresa o di lavoro autonomo.
In particolare per gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi effettuati dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 o, a certe condizioni, entro il 30 giugno 2019 si applica la maggiorazione del 30 per cento.
Il beneficio, dunque, è riconosciuto in relazione agli investimenti in beni:
– materiali;
– nuovi;
– caratterizzati da strumentalità rispetto all’attività esercitata dall’impresa beneficiaria.


In ogni caso sono esclusi dall’agevolazione gli investimenti in:
– beni materiali strumentali per i quali sono previsti coefficienti di ammortamento inferiori al 6,5 per cento;
– fabbricati e costruzioni;
– autoveicoli e motoveicoli (dal 1° gennaio 2017).


Nel caso oggetto di interpello gli investimenti rispondono senza dubbio al requisito della strumentalità rispetto all’attività e, sulla base dei coefficienti di ammortamento applicabili (Gruppo XVII – Industrie dell’energia elettrica del gas e dell’acqua – Specie 4a della tabella allegata al D.M. 31 dicembre 1988):
– per gli stabilimenti in muratura si applica la percentuale di ammortamento del 6%;
– per gli stabilimenti in muratura si applica la percentuale di ammortamento del 20%.
In conclusione, qualora le cabine non siano annoverabili, a tutti gli effetti, tra le “costruzioni” e proprio in considerazione di ciò non siano considerate nella determinazione della stima catastale attribuita allo stabilimento balneare, ferma restando la sussistenza degli altri requisiti, deve ritenersi fruibile l’agevolazione “superammortamento”.

Agenzia Entrate-Riscossione: cambia il bollettino di pagamento


Nelle cartelle dell’Agenzia delle Entrate Riscossione sbarca pagoPa, il nuovo modulo di pagamento che gradualmente sostituirà il bollettino RAV (Agenzia Entrate Riscossione – comunicato 08 ottobre 2019).

L’adozione del modulo di pagamento pagoPA rappresenta un ulteriore passo in avanti nell’ambito del percorso di innovazione intrapreso dall’Agenzia delle entrate-Riscossione per offrire servizi sempre più accessibili, tempestivi e facili da utilizzare. Infatti, il nuovo modulo permette di trovare rapidamente le informazioni di cui il contribuente ha bisogno, di aggiornare l’importo dovuto alla data del versamento e include il QR code per pagare facilmente anche attraverso lo smartphone.
Non cambiano le modalità di pagamento, si può pagare online oppure presso Poste, banche, tabaccherie e tutti gli altri canali aderenti al nodo pagoPa, portando con sé il modulo di pagamento inserito in cartella.
Il nuovo modulo di pagamento pagoPA che Agenzia delle entrate-Riscossione sta inviando insieme alle cartelle è facilmente riconoscibile dal logo “pagoPA” e contiene due sezioni da utilizzare alternativamente in base al canale di pagamento scelto: una per “Banche e altri canali”, con un QR code e un codice CBILL, e una per i pagamenti presso “Poste Italiane” caratterizzato dal riquadro Data Matrix.
Il modulo è stampato in modalità fronte/retro utilizzabile sia per il pagamento in unica soluzione sia per il versamento in più rate in base allo specifico documento a cui sarà allegato (cartella, rateizzazione). Nulla invece cambia per i contribuenti che possono continuare ad utilizzare i canali di pagamento fisici e telematici attualmente abilitati (sito, app, banche, poste, tabaccai, ricevitorie, bancomat, sportelli) versando l’importo dovuto con carta di credito o di debito, addebito in conto corrente o con le altre modalità previste.


I bollettini RAV collegati a comunicazioni già inviate (ad esempio per la “rottamazione-ter” delle cartelle) potranno continuare a essere utilizzati per il pagamento. Lo stesso vale per quelle comunicazioni che verranno ancora inviate con i Rav fintanto che non si concluderà la fase di passaggio a pagoPA.

Bike sharing: si alla certificazione IVA


Il servizio di bike sharing deve essere certificato mediante scontrino o ricevuta fiscale, ovvero dal 2020 mediante memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi ed emissione del documento commerciale (Agenzia Entrate – risposta 08 ottobre 2019, n. 396).

Il servizio di bike sharing non è riconducibile tra i servizi elettronici resi a committenti che agiscono al di fuori dell’esercizio d’impresa, arte o professione, per i quali è previsto l’esonero da qualunque obbligo di certificazione ai fini IVA.


E’ invece riconducibile alla locazione onerosa di cosa mobile cui si sommano “gli ulteriori servizi di manutenzione, collegamenti telematici, gestione dei parchi biciclette ecc.”, realizzando di fatto un “servizio complesso”, da assoggettare a IVA al 22%.


Ne deriva, quindi, l’onere di certificare il servizio di bike sharing mediante scontrino o ricevuta fiscale, ovvero a partire dal 2020 mediante memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi ed emissione del documento commerciale.

Applicazione del regime forfetario alla terapista-educatrice


Per il Fisco non si ravvisano artificiose trasformazioni di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo nei confronti del medesimo datore di lavoro (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 09 ottobre 2019, n. 401)

Nell’istanza esaminata dall’Amministrazione finanziaria, la contribuente dichiara di aver aderito al regime forfettario di cui alla legge 23 dicembre 2014, n. 190, come modificata dall’articolo 1, commi da 9 a 11, della legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Legge di bilancio 2019) e chiede un parere in merito all’applicabilità nei suoi confronti della causa ostativa prevista dall’articolo 1, comma 57, lettera d- bis) della citata Legge n. 190 del 2014.
Nel dettaglio la contribuente ha conseguito la laurea di primo livello in terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, per lo svolgimento della professione di terapista in tale area scientifico-sanitaria. Dopo l’ottenimento del titolo, la contribuente ha iniziato parallelamente due attività lavorative: da un lato, in qualità di dipendente di una Cooperativa, ha svolto attività educative e di mediazione della relazione presso alcuni istituti scolastici dell’infanzia, primari e secondari. In particolare, l’istante dichiara di aver curato l’organizzazione e la gestione di progetti educativi personalizzati, fornendo attività di sostegno in favore di bambini con disturbi neuroevolutivi e dell’apprendimento. Dall’altro, in qualità di libera professionista, ha svolto prestazioni domiciliari di riabilitazione neuropsicomotoria per alcuni minori affetti da disturbi dello spettro autistico, attraverso l’applicazione della terapia comportamentale “ABA”, riconosciuta dalle Linee Guida nazionali per il trattamento dell’autismo.
Alla luce di quanto rappresentato dall’istante, non si ravvisano per il Fisco artificiose trasformazioni di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo nei confronti del medesimo datore di lavoro; invero, nel caso in esame un’attività di lavoro autonomo svolta nei confronti di soggetti privati e a loro carico continua ad essere svolta sempre nei confronti di soggetti privati, ma a carico dell’ente pubblico per il tramite della cooperativa, datrice di lavoro dell’istante. Pertanto, si ritiene che l’istante possa applicare il regime forfetario di cui all’articolo 1 della legge n. 190 del 2014, ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti previsti dalle vigenti disposizioni normative.
È appena il caso di precisare che, qualora la contribuente dovesse svolgere a favore della cooperativa un’attività effettivamente riconducibile, ai fini fiscali, a un rapporto di lavoro da cui ritrarre reddito di lavoro dipendente o assimilato a quello di lavoro dipendente, la stessa non potrebbe in ogni caso applicare il regime forfetario in esame già a decorrere dal 2019 in relazione ai predetti redditi.

Cessione del credito IVA nel conferimento d’azienda

Con la Risposta all’interpello n. 402 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che nell’ambito di un’operazione di conferimento di ramo d’azienda in cui il dante causa non si estingue, la cessione del credito IVA è ammessa se – anteriormente all’operazione straordinaria – l’attività esercitata dall’azienda o dal ramo d’azienda trasferito sia stata gestita con contabilità separata. In alternativa, il credito può essere ceduto solo se è stato oggetto di preventiva richiesta di rimborso

In presenza di conferimento o cessione d’azienda, è possibile trasferire non solo il credito IVA risultante dalla dichiarazione annuale, ma anche il credito IVA maturato dall’inizio dell’anno in cui è avvenuta l’operazione di cessione fino alla data in cui quest’ultima produce effetti. Il trasferimento dei crediti IVA, avvenuto in tale contesto, è efficace nei confronti del Fisco, senza che sia necessario osservare la procedura formale di cessione dei crediti IVA.
Ai fini IVA, infatti, nell’ipotesi di operazioni straordinarie o altre trasformazioni sostanziali soggettive (fusione, scissione, conferimento, cessione o donazione di azienda, successione ereditaria, ecc.) si verifica una situazione di continuità tra i soggetti partecipanti all’operazione. In particolare, gli obblighi e i diritti derivanti dall’applicazione dell’IVA, relativi alle operazioni realizzate tramite le aziende o i complessi aziendali trasferiti, sono assunti dalle società beneficiarie del trasferimento. La conferente perde, dunque, ogni legittimazione in ordine al credito IVA che entra nella piena disponibilità della conferitaria, con la conseguenza che la conferente non può chiedere il rimborso dell’IVA pagata in eccedenza, spettando alla conferitaria il recupero dello stesso, attraverso, alternativamente, la richiesta di rimborso o l’utilizzo in compensazione.
Tale previsione, tuttavia, quando non si verifica l’estinzione del dante causa, trova applicazione solo qualora quest’ultima – anteriormente all’operazione straordinaria – abbia gestito con contabilità separata l’attività esercitata dall’azienda o dal ramo d’azienda, poi trasferiti. La gestione con contabilità separata consente, infatti, di individuare chiaramente i dati contabili afferenti all’azienda trasferita, anche al fine di imputarli contabilmente alla beneficiaria.
Qualora, invece, il ramo d’azienda trasferito non sia stato gestito con contabilità separata, l’eccedenza a credito IVA annuale e trimestrale maturato possono essere cedute solo se chieste preventivamente a rimborso.

Credito previdenziale utilizzato in compensazione nel “regime forfetario”


Il Fisco chiarisce che il contributo previdenziale dedotto nel periodo d’imposta precedente deve essere rettificato e recuperato a tassazione nel periodo d’imposta successivo, indicandolo al rigo LM35 del quadro LM del modello Unico. (Agenzia delle entrate – Risposta n. 400 del 2019).

Il contribuente dichiara di avvalersi del c.d. regime forfettario di cui alla legge 23 dicembre 2014, n. 190 e di avere maturato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta 2017 un credito, pari a 1.522,00 euro, derivante da contributi previdenziali versati all’INPS, utilizzato in compensazione con F24 nel corso dell’anno 2018.
Il contribuente rappresenta di aver versato e dedotto dal reddito d’impresa in regime forfetario, con riferimento al periodo d’imposta 2017, contributi previdenziali per una quota poi risultata superiore al dovuto, che ha originato un credito Inps utilizzato in compensazione nel 2018.
Al riguardo il Fisco rileva che ai soli fini della determinazione del reddito da assoggettare a imposta sostitutiva secondo il menzionato regime forfetario, il contributo previdenziale dedotto nel periodo d’imposta precedente deve essere rettificato e recuperato a tassazione nel periodo d’imposta successivo, indicandolo al rigo LM35 del quadro LM del modello Unico.

Alle dipendenze del committente principale: decadenza del regime forfetario

Se in corso d’anno, all’attività di lavoro autonomo professionale si affianca la medesima attività svolta alle dipendenze del principale committente, si configura la causa ostativa all’applicazione del regime forfetario, ma la decadenza ha effetto dall’anno successivo. Per l’anno in corso resta ferma l’applicazione del regime agevolato (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 399 del 2019)

Tra le cause ostative all’applicazione del regime forfetario per gli imprenditori individuali ed i professionisti è previsto che non possono applicare il regime forfetario le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro.
Si tratta di una nuova causa ostativa introdotta con effetto dal 2019 che risponde alla ratio di evitare artificiose trasformazioni di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo, prevedendo a tal fine un periodo di sorveglianza.
Riguardo alla decorrenza della causa ostativa, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ai fini della verifica delle stessa assume rilevanza l’anno di applicazione del regime e non l’anno precedente, dal momento che il requisito della prevalenza può essere verificato solo al termine del periodo d’imposta di applicazione del regime forfetario.
Pertanto, in linea generale il contribuente può applicare per il 2019 il regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata alla fine di detto anno e – ove ne sia accertata l’esistenza – decadrà dal regime nel 2020.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha confermato che nel caso di un imprenditore/professionista in regime forfetario, il quale nel corso del 2019 sia assunto con un contratto di lavoro subordinato dal suo principale committente, resta ferma la possibilità di applicare il regime forfetario limitatamente ai redditi di lavoro autonomo percepiti nel 2019, con decadenza nel 2020, avendo integrato la causa ostativa della “prevalenza”.
Laddove, poi, l’attività di lavoro autonomo sia cessata entro la fine dell’anno, con chiusura della relativa partita IVA, la decadenza resterà assorbita dalla cessazione.

Regime forfetario: con il controllo diretto/indiretto di SRL si decade dal 2020


Qualora sia verificata la sussistenza della causa ostativa del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata, la quale eserciti attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili all’attività svolta dall’imprenditore o professionista in regime forfetario, quest’ultimo resta applicabile per il 2019 (anno corrente) con decadenza dal 2020 (anno successivo) (Agenzia Entrate – risposta n. 398/2019).

Tra le cause ostative al regime forfetario vi è quella prevista per gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni.
Affinché operi tale causa ostativa è necessaria la compresenza:
– del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata;
– dell’esercizio da parte della stessa di attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni.


Ai fini dell’applicabilità della causa ostativa, occorre avere in ogni caso riguardo alle attività effettivamente svolte in concreto dal contribuente e dalla società a responsabilità limitata controllata, indipendentemente dai codici ATECO 2007 dichiarati, per valutarne la correlazione. Al fine di individuare parametri di riferimento oggettivi, nell’ipotesi di attività esercitate dalla società a responsabilità limitata appartenenti di fatto alla medesima sezione ATECO di quella in cui sono classificabili le attività esercitate dalla persona fisica in regime forfetario, la riconducibilità diretta o indiretta delle due attività economiche esercitate è da ritenere sussistente ogniqualvolta la persona fisica che usufruisce del regime forfetario effettui cessioni di beni o prestazioni di servizi tassabili con imposta sostitutiva alla società a responsabilità limitata direttamente o indirettamente controllata, la quale, a sua volta, deduce dalla propria base imponibile i correlativi componenti negativi di reddito.
In assenza di una delle predette condizioni, la causa ostativa non opera e il contribuente può applicare o permanere nel regime forfetario.
Relativamente alla decorrenza della causa ostativa, ai fini della verifica delle stessa assume rilevanza l’anno di applicazione del regime e non l’anno precedente, dal momento che solo nell’anno di applicazione del regime può essere verificata la riconducibilità diretta o indiretta delle attività economiche svolte dalla s.r.l. a quelle esercitate dal contribuente in regime forfetario.
Pertanto, il contribuente può aderire per il 2019 al regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata in detto anno e ove ne sia accertata l’esistenza decadrà dal regime nel 2020.

Fattura cartacea duplicata con e-fattura: nota di variazione Iva per correggere

Con la recente Risposta a interpello n. 395 dell’8 ottobre 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che qualora, a causa del malfunzionamento del software di fatturazione, siano trasmesse al SdI (Sistema di Interscambio) fatture già validamente emesse in forma cartacea, equivalenti ad una duplicazione delle fatture, è possibile correggere l’errore con l’emissione di note di variazione IVA trasmesse attraverso SdI

Generalmente il Sistema di Interscambio per la fatturazione elettronica esegue dei controlli di unicità della fattura che intercettano ed impediscono l’invio di un documento già trasmesso ed elaborato. A tal fine il Sistema produce lo scarto del file fattura che presenti i seguenti dati coincidenti con quelli di una fattura precedentemente trasmessa: identificativo cedente/prestatore, anno della data fattura, numero fattura.
Tuttavia, nel caso di errato invio in formato elettronico di fatture già emesse in modalità cartacea, il Sistema di Interscambio non può effettuare i predetti controlli di unicità e, quindi, impedire il rinvio di una fattura già regolarmente contabilizzata.
Quindi, l’invio in formato elettronico di fatture emesse già in modalità cartacea determina, sostanzialmente, una duplicazione della fattura.
In tale ipotesi, al fine di sanare l’errore commesso è necessario procedere all’emissione di un “nota di variazione”, secondo le previsioni dal decreto IVA (art. 26):
“Se un’operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l’ammontare imponibile, in conseguenza di dichiarazione di nullità, annullamento, revoca, risoluzione, rescissione e simili o per mancato pagamento in tutto o in parte a causa di procedure concorsuali o di procedure esecutive individuali rimaste infruttuose o a seguito di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato, ovvero di un piano di concordato preventivo o in conseguenza dell’applicazione di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, registrandola tra gli acquisti “.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’errato invio in formato elettronico al SdI di fatture già validamente emesse in forma cartacea e contabilizzate deve ritenersi riconducibile alle cause di “nullità, annullamento, revoca, risoluzione, rescissione”. Pertanto, al fine di neutralizzare la duplicazione delle fatture, è necessario emettere in formato elettronico le rispettive note di variazione IVA, avendo cura di indicare nel campo “causale” la dizione “storno totale della fattura per errato invio tramite SdI”.
In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che laddove i duplicati delle fatture non abbiano partecipato alle liquidazioni periodiche IVA, le note di variazione non possono costituire titolo per il recupero in detrazione dell’IVA a debito.
Per i destinatari dei duplicati delle fatture che non abbiano detratto l’IVA e dedotto il costo ivi rappresentato, le note di variazione ricevute non devono partecipare alla liquidazione periodica né vanno annotate in contabilità, salvo l’obbligo di conservazione del documento ricevuto.