Cede l’azienda ma non il credito IVA: diritto al rimborso

Con la recente Ordinanza n. 18143 del 5 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che in caso di cessione dell’unica azienda di un impresa individuale, con conferimento in una società, senza trasferire il credito IVA, deve ritenersi legittima la richiesta, da parte del cedente, di rimborso del credito IVA per intervenuta cessazione dell’attività di impresa

IL CASO
L’Agenzia dell’Entrate ha opposto diniego alla richiesta di rimborso del credito IVA per cessazione dell’attività d’impresa, presentata dal contribuente a seguito di cessione dell’unica azienda gestita in forma individuale, mediante conferimento in società di cui era socio di capitale, con espressa esclusione dalla cessione del credito IVA spettante.
Secondo l’Ufficio, il credito IVA dovesse ritenersi trasferito in funzione della conferimento dell’azienda. In particolare, secondo l’Ufficio, considerata la posizione di socio di capitale all’interno del soggetto che ha acquisito l’azienda, l’operazione non ha realizzato una fattispecie estintiva del soggetto imprenditoriale, bensì la prosecuzione dell’attività di impresa e una fattispecie meramente modificativa del soggetto imprenditoriale, con esclusione del diritto del cedente cessato (conferente l’azienda) a ottenere il rimborso del credito IVA.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso del contribuente, dichiarando l’illegittimità del provvedimento di diniego di rimborso del credito IVA.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Su ricorso dell’Agenzia delle Entrate, i giudici della Corte di Cassazione hanno confermato l’illegittimità del diniego alla richiesta di rimborso del credito IVA.
La Corte Suprema ha affermato che la cessione non ha realizzato una successione della titolarità del credito IVA dal conferente al conferitario, in quanto, come motivato dai giudici tributari:
– pur essendo l’azienda una universalità di beni, funzionale allo svolgimento di una attività produttiva, può accadere in concreto che, in caso di alienazione della stessa, su accordo delle parti, possono essere esclusi dalla cessione dell’azienda determinati cespiti, purché il complesso di beni ceduti mantenga la sua attività produttiva;
– nel caso di specie il credito IVA non è stato oggetto di conferimento dell’azienda, la cui esclusione non pregiudica la funzionalità dell’azienda nel suo complesso.
Ne consegue, pertanto, che la titolarità del credito IVA è rimasta in capo al cedente, che ne ha chiesto il rimborso per avvenuta cessazione dell’attività di impresa.
D’altra parte, precisano i giudici della Suprema Corte, ove fosse esclusa la legittimazione del cedente a far valere il credito IVA con istanza di rimborso (per avvenuta cessazione dell’attività di impresa), non vi sarebbero altri legittimati a far valere il suddetto credito IVA anche in altre forme, posto che il conferitario, il quale non ha acquisito detto credito IVA tra gli attivi conferiti, sarebbe privo anch’egli di titolarità del credito.
In conclusione, deve ritenersi che in caso di cessione dell’unica azienda di un’impresa individuale, con conferimento in una società, ma senza trasferire il credito IVA, si verifica una fattispecie estintiva del soggetto imprenditoriale, per cui il cedente cessato (conferente l’azienda) conserva il diritto a ottenere il rimborso del credito IVA.

IRAP: onere a carico del professionista


Incombe al professionista l’onere di provare l’insussistenza dell’autonoma organizzazione quale presupposto impositivo dell’IRAP (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. VI – Ordinanza 08 luglio 2019, n. 18300)

La CTR della Puglia ha rigettato l’appello proposto nei confronti del dottore contribuente dall’Agenzia delle Entrate per la riforma della sentenza di primo grado della CTP di Bari che aveva accolto il ricorso proposto dal medico di base convenzionato con il SSN, avverso il silenzio – rifiuto dell’Ufficio sull’istanza di rimborso per l’Irap versata per gli anni dal 2009 al 2013. Avverso la pronuncia della CTR l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, che viene ritenuto fondato ed accolto. In quanto, le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato il principio che il requisito dell’autonoma organizzazione di cui all’art. 2 del d. lgs. n. 446/1997, quale presupposto impositivo dell’Irap, ricorre quando il contribuente: «a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segretaria ovvero meramente esecutive».
L’avere la sentenza impugnata totalmente omesso l’esame delle mansioni svolte dal personale dipendente, se meramente esecutive o di segretaria e le concrete modalità d’impiego – potendosi ritenere che, per l’anno in cui il professionista si è avvalso della prestazione lavorativa di due unità, ove assunte entrambe con contratto part – time, l’attività di collaborazione delle stesse possa essere equiparata alla collaborazione di un’unità lavorativa a tempo pieno – concretizza, dunque, il vizio denunciato dall’Amministrazione ricorrente, alla stregua del principio di diritto sopra enunciato, anche in considerazione del fatto che incombe al professionista, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte in materia, l’onere di provare l’insussistenza dell’autonoma organizzazione quale presupposto impositivo del tributo in oggetto.
Il ricorso va dunque accolto con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio per nuovo esame alla CTR della Puglia in diversa composizione, che svolgerà, alla stregua del principio di diritto innanzi richiamato, i necessari accertamenti di fatto in ordine alla natura delle mansioni svolte dai due collaboratori e circa le modalità di espletamento dell’anzidetta attività di collaborazione nello studio medico del contribuente.


Iva al 22% per le attività aggiuntive al trasporto marittimo di passeggeri


Le prestazioni aggiuntive all’attività principale di trasporto marittimo di persone, quali descrizione del paesaggio, intrattenimento con musica, somministrazione di alimenti e bevande e guida turistica, non sono da considerare complementari all’attività principale di trasporto ma aggiuntive a quest’ultima, con la conseguenza che sono da assoggettare ad Iva al 22% (Agenzia Entrate – risposta n. 225/2019).


 


Le prestazioni di trasporto urbano di persone effettuate mediante mezzi di trasporto abilitati a eseguire servizi di trasporto marittimo, lacuale, fluviale e lagunare non equiparabili ai taxi, sono soggette all’aliquota IVA del 5%.
Stesso trattamento fiscale ai fini Iva è riservato per quelle prestazioni di servizi accessorie all’attività principale che integrano, completano e rendono possibile quest’ultima.
Al contrario i corrispettivi di prestazioni distinte, anche se rese da un unico soggetto a favore dello stesso committente, vanno trattati fiscalmente in modo differente, secondo il loro proprio regime, quando non rispondono alle medesime finalità.
E’ il caso delle attività di descrizione del paesaggio, intrattenimento con musica, di somministrazione di alimenti e bevande e di guida turistica che non sono da considerare complementari all’attività principale di trasporto ma aggiuntive a quest’ultima, con la conseguenza che sono da assoggettare ad Iva al 22% e non al 5%.

Il sì del Garante alla lotta al bagarinaggio e al supporto delle imprese


Sì del Garante a vendita biglietti nominativi on line e supporto delle imprese (GARANTE PRIVACY – Nota 05 luglio 2019, n. 455)

Lotta al bagarinaggio


Nell’ambito del contrasto al fenomeno del cosiddetto secondary ticketing, la legge di bilancio 2019 ha previsto che, a partire dal 1° luglio, i biglietti di accesso a spettacoli in impianti con capienza superiore a 5.000 spettatori debbano essere nominativi e che l’accesso all’area dello spettacolo sia subordinato al riconoscimento personale, attraverso controlli e meccanismi efficaci di verifica dell’identità dei partecipanti all’evento, compresi i minorenni. La stessa legge di bilancio prevede che tali biglietti nominativi siano rimessi in vendita anche attraverso i siti internet di rivendita primari, i box office autorizzati o i siti ufficiali dell’evento consentendo gratuitamente la variazione del nominativo.
Una segnalazione presentata al Garante, oltre all’omessa consultazione dell’Autorità sulla legge, prevista dal Regolamento Ue, aveva lamentato il mancato rispetto del principio di proporzionalità e di minimizzazione dei dati della legge di bilancio.
Nel dare il suo parere, il Garante, pur rilevando la mancata consultazione da parte del legislatore, ha tuttavia ritenuto il trattamento dei dati personali previsto dalle nuove disposizioni proporzionato rispetto ai fini perseguiti con le nuove misure, e cioè il contrasto all’elusione e all’evasione fiscale, la tutela dei consumatori e la garanzia dell’ordine pubblico. La previsione normativa infatti limita la necessità dei biglietti nominativi e la conseguente verifica dell’identità dei fruitori solo ad alcune tipologie di spettacolo per impianti superiori a 5.000 spettatori (sono esclusi l’attività lirica e sinfonica, il jazz, il balletto, la danza, il circo), rinviando alla fase attuativa l’individuazione di dettaglio delle regole tecniche. Nelle interlocuzioni con l’Ufficio del Garante, l’Agenzia ha dato conto di tutte le garanzie introdotte per assicurare un trattamento di dati lecito, corretto e trasparente nei confronti degli interessati, con adeguate tutele a protezione dei dati, anche con riguardo all’utilizzo dello Spid.
In particolare, il principio di minimizzazione è stato rispettato prevedendo che i dati dell’acquirente siano raccolti solo in caso di acquisti on line (nome e cognome e un numero di cellulare) allo scopo di asseverare la propria identità e impedire gli acquisti multipli, mentre non è richiesta alcuna identificazione in caso di acquisto tradizionale presso i box office autorizzati.
Per quanto riguarda, invece, i dati di chi partecipa all’evento, sul biglietto di accesso dovranno essere riportati esclusivamente il nome e il cognome, con verifica dell’identità de visu all’accesso mediante documento d’identità.
L’Agenzia dell’entrate non tratterà alcun dato personale relativo all’intestatario del biglietto.

Garante Privacy a supporto delle imprese


A settembre partirà il progetto SMEDATA dedicato al Regolamento (Ue) 2016/679 – Gdpr, nato da una partnership tra il Garante per la protezione dei dati personali italiano e l’Autorità per la protezione dati della Bulgaria, con l’obiettivo di supportare le piccole e medie imprese, i professionisti impegnati nell’adeguamento ai nuovi adempimenti normativi in materia di protezione dei dati personali e i soggetti che operano nella consulenza giuridica.
Il progetto, co-finanziato da fondi della Commissione europea e sviluppato in Italia in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre, prevede una serie di importanti iniziative: l’organizzazione di seminari di formazione e convegni, lo sviluppo di uno strumento di auto-valutazione che aiuti le Pmi negli adempimenti previsti dalla normativa in materia di protezione dati, la realizzazione di una app gratuita, ricca di contenuti informativi, per rendere più semplice e immediato l’aggiornamento e l’informazione degli imprenditori, dei consulenti privacy che supportano le Pmi, oltre che per diffondere la conoscenza dei nuovi diritti garantiti dal Regolamento presso tutti i soggetti interessati.
Gli incontri formativi di SMEDATA prenderanno avvio il 18 settembre da Firenze, per poi proseguire a Salerno (26 settembre), Milano (3 ottobre), Cosenza (22 ottobre), Genova (29 ottobre) e Roma (5 novembre). Le modalità di partecipazione, il programma degli eventi e le informazioni sul progetto saranno disponibili sul sito del Garante per la protezione dei dati personali, alla pagina https://www.garanteprivacy.it/regolamentoue/formazione/smedata.
Con SMEDATA, specificamente dedicato al settore privato, il Garante Privacy sviluppa ulteriormente l’offerta di formazione già messa in campo con il progetto T4DATA dedicato ai Responsabili della Protezione Dati (Rpd) dei soggetti pubblici.

Attuazione degli incentivi fiscali all’investimento in start-up


Definite le modalità di attuazione degli incentivi fiscali all’investimento in start-up innovative e in PMI innovative (Ministero dell’Economia e delle Finanze – Decreto 07 maggio 2019).

Le agevolazioni fiscali in questione si applicano ai soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, nonché ai soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società, che effettuano un investimento agevolato in una o più start-up innovative o PMI innovative ammissibili nei periodi di imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2016.
I soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle persone fisiche possono detrarre dall’imposta lorda, un importo pari al 30% dei conferimenti rilevanti effettuati, per importo non superiore a euro 1.000.000, in ciascun periodo d’imposta. Per i soci di società in nome collettivo e in accomandita semplice l’importo per il quale spetta la detrazione è determinato in proporzione alle rispettive quote di partecipazione agli utili e il limite di cui sopra si applica con riferimento al conferimento in denaro effettuato dalla società. Qualora la detrazione sia di ammontare superiore all’imposta lorda, l’eccedenza può essere portata in detrazione dall’imposta lorda sul reddito delle persone fisiche dovuta nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, fino a concorrenza del suo ammontare.
I soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società possono dedurre dal proprio reddito complessivo un importo pari al 30% dei conferimenti rilevanti effettuati, per importo non superiore a euro 1.800.000, per ciascun periodo d’imposta. Qualora tale deduzione sia di ammontare superiore al reddito complessivo dichiarato, l’eccedenza può essere computata in aumento dell’importo deducibile dal reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, fino a concorrenza del suo ammontare.
Per le società e per gli enti che partecipano al consolidato nazionale, l’eccedenza è ammessa in deduzione dal reddito complessivo globale di gruppo dichiarato fino a concorrenza dello stesso.
L’eccedenza che non trova capienza è computata in aumento dell’importo deducibile dal reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, dichiarato dalle singole società fino a concorrenza del suo ammontare. Le eccedenze generatesi anteriormente all’opzione per il consolidato non sono attribuibili al consolidato e sono ammesse in deduzione dal reddito complessivo dichiarato delle singole società.
In caso di opzione per la trasparenza fiscale l’eccedenza è ammessa in deduzione dal reddito complessivo di ciascun socio in misura proporzionale alla sua quota di partecipazione agli utili.
L’eccedenza che non trova capienza nel reddito complessivo del socio è computata in aumento dell’importo deducibile dal reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, dichiarato dal socio stesso fino a concorrenza del suo ammontare. Le eccedenze generatesi presso la società partecipata anteriormente all’opzione per la trasparenza non sono attribuibili ai soci e sono ammesse in deduzione dal reddito complessivo dichiarato dalla stessa.
Le agevolazioni spettano fino ad un ammontare complessivo dei conferimenti ammissibili non superiore a euro 15.000.000 per ciascuna start-up innovativa o PMI innovativa ammissibile. Ai fini del calcolo di tale ammontare massimo rilevano tutti i conferimenti agevolabili ricevuti dalla start-up innovativa o PMI innovativa ammissibile nei periodi di imposta di vigenza del regime agevolativo.


Esclusa la detrazione dell’IVA superiore a quella dovuta

Con la recente Ordinanza n. 18085 del 5 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che in tema di IVA, se l’imposta è addebitata in fattura con aliquota maggiore rispetto a quella stabilita in relazione alla natura dell’operazione, non è ammessa la detrazione da parte del cessionario, anche se è stata pagata al cedente.

IL CASO


L’Agenzia delle Entrate ha opposto diniego alla richiesta di rimborso del credito IVA presentata dal contribuente, in considerazione dell’indebita detrazione dell’imposta erroneamente addebitata nella misura ordinaria, anziché in misura agevolata, in relazione a fatture ricevute da soggetti terzi in forza di contratti di appalto per lavori di costruzione di immobili ad uso abitativo.
I giudici tributari hanno ritenuto illegittimo il diniego di rimborso sul rilievo che l’applicazione dell’aliquota agevolata non fosse automatica, ma subordinata a formale richiesta.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari, dichiarando la legittimità del diniego di rimborso, in considerazione della sussistenza delle condizioni per l’applicazione dell’aliquota agevolata, in quanto riferita a operazioni inerenti lavori di costruzione di immobili ad uso abitativo; di conseguenza, vista l’applicazione di un’aliquota superiore a quella prevista, l’IVA corrisposta in via di rivalsa non è ammessa in detrazione, e il credito per l’effetto maturato deve ritenersi non spettante.
I giudici della Suprema Corte hanno affermato che, in tema di IVA, l’esercizio del diritto di detrazione è circoscritto alle imposte corrispondenti ad un’operazione soggetta all’IVA e versate in quanto dovute. Più precisamente, il diritto di detrarre l’IVA fatturata è connesso, come regola generale, all’effettiva realizzazione di un’operazione imponibile, ma il suo esercizio non si estende all’IVA dovuta per il solo fatto e nella misura in cui essa sia stata indicata in fattura.
Sulla base di tale principio, affermato dai giudici europei, pertanto deve ritenersi superato l’orientamento secondo cui l’IVA addebitata in rivalsa può essere detratta dal cessionario nonostante l’erroneo assoggettamento ad imposta dell’operazione da parte del cedente.
Al contrario, l’IVA illegittimamente addebitata in fattura al cessionario soggetto IVA da parte del cedente, a titolo di rivalsa, che sia stata pagata per il semplice fatto di essere indicata in fattura, non può essere detratta dal cessionario stesso, nonostante l’erroneo assoggettamento dell’operazione ad imposta da parte del cedente.
La Corte di Cassazione ha chiarito che la detrazione dell’imposta pagata “a monte” per l’acquisto o l’importazione di beni, o per conseguire la prestazione di servizi necessari all’impresa, non è ammessa in ogni caso, in quanto non è sufficiente, ai fini della detrazione, che tali operazioni attengano all’oggetto dell’impresa e siano fatturate, ma è altresì indispensabile che esse siano assoggettate all’IVA nella misura dovuta. Di conseguenza, ove l’operazione sia stata erroneamente assoggettata all’IVA, per la misura non dovuta restano privi di fondamento non solo il pagamento dell’imposta da parte del cedente e la rivalsa effettuata dal cedente nei confronti del cessionario, ma anche la detrazione operata dal cessionario nella sua dichiarazione IVA, con conseguente potere-dovere dell’amministrazione di escludere la detrazione dell’IVA così pagata in rivalsa.
La mancata attivazione, nel prescritto termine annuale, della speciale procedura di variazione dell’imposta e dell’imponibile, fa venire meno il diritto di recuperare il credito per la maggiore imposta, mediante detrazione; in tal caso, il cedente ha diritto di chiedere all’amministrazione finanziaria il rimborso della maggior IVA versata, mentre il cessionario può chiedere al cedente la restituzione dell’IVA corrisposta in più in via di rivalsa.

F24: utilizzo più ampio


Introdotte importanti novità per i versamenti da effettuare con il modello di pagamento F24, tra cui l’estensione del suo utilizzo, anche per gli enti pubblici, e il versamento cumulativo dell’addizionale comunale Irpef (art. 4-quater, D.L. n. 34/2019, conv. con modif. In L. n. 58/2014).

Dal 1° gennaio 2020, la disciplina del versamento unitario e della compensazione con F24 trova applicazione anche per le tasse sulle concessioni governative e per le tasse scolastiche.
In sostanza, quindi, dall’anno prossimo le suddette tasse potranno essere pagate con il modello di pagamento F24.


Inoltre, l’estensione del modello di pagamento si è avuta anche per le amministrazioni statali e per gli enti pubblici, che potranno utilizzare il modello “F24 Enti pubblici” per il versamento dell’Irap, limitatamente ai casi in cui non sia possibile però utilizzare il suddetto modello.


Novità sono state introdotte anche per il versamento con F24 dell’addizionale comunale Irpef, ossia il versamento cumulativo per tutti i comuni di riferimento.
I sostituti d’imposta, quindi, non dovranno più versare l’addizionale comunale in relazione ad ogni singolo comune, ma dovranno provvedere al versamento cumulativamente per tutti i comuni di riferimento.
Le modalità attuative e i termini di decorrenza verranno stabilite successivamente.

Modalità operative del PTT obbligatorio


Il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato la circolare n. 1/DF del 4 luglio 2019 riguardante il processo tributario telematico obbligatorio, che illustra le modalità operative delle notifiche e dei depositi telematici obbligatori degli atti e documenti processuali.

Le notifiche e il deposito degli atti del processo tributario devono avvenire esclusivamente con modalità telematiche. Tale regime di obbligatorietà si applica dal 1° luglio 2019 e riguarda i giudizi instaurati, in primo e secondo grado a decorrere da tale data. Dal 1° luglio 2019, quindi, gli atti introduttivi del giudizio devono essere notificati alla controparte tramite la posta elettronica certificata (PEC) e, nel termine dei successivi 30 giorni, depositati in Commissione tributaria con modalità telematiche (sistema di Upload).
Tale obbligo riguarda le parti, i consulenti e gli organi tecnici dell’amministrazione dello Stato o di altri enti pubblici. Il medesimo obbligo riguarda anche la Guardia di Finanza con riferimento alle istanze per le ipoteche e sequestro conservativo.
Qualora la parte abbia scelto di notificare l’atto introduttivo del giudizio di primo o di secondo grado con modalità analogiche, ad esempio, in data 29 giugno 2019, la stessa dovrà continuare ad utilizzare tale modalità nelle successive fasi della costituzione in giudizio e degli ulteriori depositi di atti seppur effettuati dal 1° luglio 2019, data dalla quale risulta obbligatorio il processo tributario telematico; resta ferma, invece, la facoltà del resistente di costituirsi telematicamente nel relativo grado di giudizio.
Nelle cause di valore fino a tremila euro, il contribuente può stare in giudizio senza assistenza tecnica. Per valore della lite si intende l’importo del tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato. In caso di controversie relative esclusivamente alla irrogazione delle sanzioni il valore è costituito dalla loro somma. Resta ferma, per il contribuente che si difende direttamente, l’opzione telematica; in tal caso dovrà indicare nel ricorso o nel primo atto difensivo l’indirizzo PEC al quale intende ricevere le comunicazioni e le notificazioni. Tuttavia, si ricorda che nella ipotesi in cui il contribuente sia privo di assistenza tecnica ancorché la causa sia di valore superiore ai tremila euro, a seguito dell’ordine del giudice di dotarsi di un difensore, quest’ultimo dovrà necessariamente attenersi alla modalità telematica.
Sono sempre obbligati alla notifica e al deposito telematico degli atti e documenti:
– l’ente impositore e gli enti della riscossione;
– il difensore abilitato all’assistenza tecnica in possesso del mandato rilasciato dal contribuente;
– il difensore abilitato all’assistenza tecnica che sta in giudizio personalmente.
In casi eccezionali il giudice, con provvedimento motivato, può autorizzare il deposito con modalità diversa da quella telematica (esempi: blocco giornaliero della funzionalità del PTT, documentazione cartacea particolarmente voluminosa ovvero presenza di documenti non riproducibili in file, ecc.).
Le notificazioni degli atti, dei documenti e dei provvedimenti giurisdizionali avvengono esclusivamente con modalità telematiche. Tale obbligo sorge per i giudizi di primo e secondo grado instaurati con ricorsi/appelli notificati a decorrere dal 1° luglio 2019. Resta ferma la facoltatività dell’opzione telematica della notifica e del deposito degli atti per i ricorsi/appelli notificati entro il 30 giugno 2019.
Le parti processuali – contribuenti, difensori, professionisti, enti impositori, società o concessionari della riscossione – per poter utilizzare le funzionalità del deposito degli atti nel processo tributario telematico, devono, prioritariamente, essere autorizzati all’accesso al Sistema Informativo della Giustizia Tributaria (SIGIT). A tal fine, l’accesso al sistema avviene tramite il portale della giustizia tributaria “www.giustiziatributaria.gov.it”, selezionando l’apposita voce “processo tributario telematico”. Successivamente, selezionando il link “Registrazione al PTT”, si accede alla pagina nella quale sono descritte le modalità di registrazione per i diversi utenti. Per poter effettuare la registrazione è necessario il possesso di una firma digitale CADES (CMS Advanced Electronic Signature) e un indirizzo PEC. Una volta effettuata la registrazione, il sistema rilascia la prima parte della password mentre la seconda parte viene inviata all’indirizzo PEC indicato dal soggetto al momento della registrazione.
A differenza di quanto previsto per le altre giurisdizioni, il deposito telematico degli atti avviene attraverso una piattaforma informatica centralizzata raggiungibile via web dal portale della giustizia tributaria (www.giustiziatributaria.gov.it) che si interfaccia con il sistema informativo della giustizia tributaria (SIGIT), che gestisce le attività degli Uffici di Segreteria delle Commissioni tributarie.
In particolare, i dati e i documenti digitali trasmessi attraverso la piattaforma, vengono acquisiti nel SIGIT per la successiva gestione dell’iter processuale a beneficio di tutti gli operatori del processo.
A decorrere dal 24 giugno 2019 è possibile effettuare il pagamento del contributo unificato tributario (CUT) attraverso la piattaforma PagoPa presente nel PTT. La procedura PagoPA consente di associare in automatico il pagamento effettuato al numero di iscrizione a ruolo del ricorso/appello cui va collegato.
Il pagamento telematico PagoPA è previsto per i ricorsi e gli appelli depositati telematicamente nelle Commissioni tributarie a far data dal 24 giugno 2019.


Il suddetto pagamento telematico è attivabile con le seguenti distinte procedure:
– al momento del rilascio, da parte del sistema informativo, del messaggio PEC con il quale viene comunicato il numero di RGR/RGA; nel predetto messaggio è indicato il link PAGOPA, che permette il pagamento contestuale del CUT che risulterà automaticamente associato al relativo numero di RGR/RGA;
– in un momento non contestuale all’iscrizione a ruolo, attivando il servizio PagoPA presente tra i servizi della propria “Area personale”. In tal caso è necessario l’inserimento del numero RGR/RGA per il quale si intende effettuare il versamento del CUT.
In entrambi i casi non è necessario depositare alcuna ricevuta presso gli Uffici di segreteria delle Commissioni tributarie.

Modalità alternative di trasmissione dei corrispettivi nella fase transitoria

Sono state approvate e saranno rese disponibili entro il 29 luglio 2019, le modalità alternative di trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi giornalieri, che possono essere utilizzate da commercianti al dettaglio, pubblici esercizi e imprese assimilate durante la fase transitoria, per il primo semestre di applicazione dell’obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri (Agenzia delle Entrate – Provvedimento 04 luglio 2019, n. 236086)

Per il primo semestre di applicazione dell’obbligo di memorizzazione e trasmissione telematica dei corrispettivi, il cd. “Decreto Crescita” ha stabilito una fase transitoria durante la quale, fermo restando la memorizzazione giornaliera e i termini di liquidazione dell’IVA, è possbile effettuare la trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi entro un termine più ampio, ossia entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione.
Si ricorda che l’obbligo decorre, con esclusione delle attività specificamente esonerate dal d.m. 10 maggio 2019:
– dal 1° luglio 2019 per i soggetti che hanno realizzato nel 2018 un d’affari complessivo superiore a 400.000 euro;
– dal 1° gennaio 2020 per tutti gli altri comercianti al dettaglio, pubblici esercizi e attività assimilate.
La norma introdotta dal “decreto crescita”, in particolare, consente:
– ai soggetti obbligati, che non abbiano ancora la disponibilità di un registratore telematico, di assolvere all’obbligo di trasmissione dei dati relativi ai corrispettivi giornalieri entro un termine più ampio (il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione). In tal caso, l’obbligo di memorizzazione giornaliera dei corrispettivi è assolto mediante i registratori di cassa già in uso ovvero tramite ricevute fiscali, e annotazione nel registro dei corrispettivi (analogico), fino alla messa in uso del registratore telematico e, in ogni caso, non oltre la scadenza del semestre. Resta fermo, l’obbligo di rilascio al cliente dello scontrino e della ricevuta fiscale, e l’obbligo di liquidazione dell’IVA periodica nei termini ordinari.
– ai soggetti obbligati, che abbiano tempestivamente messo in servizio il registratore telematico, di assolvere all’obbligo di trasmissione dei dati relativi ai corrispettivi giornalieri entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, fermo restando la memorizzazione elettronica giornaliera degli stessi.
In entrambi i casi la trasmissione telematica deve essere effettuata con le modalità stabilite con Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 236086 del 4 luglio 2019.
In particolare, la trasmissione è effettuata mediante i servizi on-line messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate entro il 29 luglio 2019 all’interno dell’area riservata del portale “Fatture e Corrispettivi”:
a) servizio di upload di un file contenente i dati dei corrispettivi complessivi di una singola giornata, distinti per aliquota IVA o con indicazione del regime di “ventilazione”, ovvero di un file compresso contenente i file dei dati dei corrispettivi delle singole giornate, in conformità alle specifiche tecniche allegate al provvedimento n. 236086/2019;
b) servizio web di compilazione dei dati dei corrispettivi complessivi giornalieri distinti per aliquota IVA o con indicazione del regime di “ventilazione”.
In alternativa, la trasmissione può essere effettuata mediante un sistema di cooperazione applicativa, su rete Internet, con servizio esposto tramite modello “web service” fruibile attraverso protocollo HTTPS (su canale cifrato TLS in versione 1.2 esclusiva) ovvero un sistema di trasmissione dati tra terminali remoti basato su protocollo SFTP, secondo le regole contenute nelle specifiche tecniche allegate al presente provvedimento.
L’invio dei dati può essere effettuato direttamente dal contribuente ovvero tramite un intermediario. In quest’ultimo caso, l’intermediario incaricato deve rilasciare al contribuente l’impegno a trasmettere in via telematica all’Agenzia delle entrate i dati relativi ai corrispettivi giornalieri, nonché copia della comunicazione trasmessa e della relativa ricevuta, che ne attesta il ricevimento da parte dell’Agenzia delle entrate e costituisce prova dell’avvenuta presentazione.

Regimi agevolativi: trasferimento residenza fiscale in Italia


Il Fisco chiarisce che per fruire dell’agevolazione è necessario che il docente prima di rientrare in Italia, abbia svolto attività tale qualificata attività di docenza o ricerca all’estero per un periodo minimo e ininterrotto di almeno due anni accademici consecutivi (anche se non necessariamente nei due anni immediatamente precedenti il rientro) e che, successivamente, venga a svolgere la detta attività in Italia trasferendovi la residenza. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 28 giugno 2019, n. 220).

Ai fini delle imposte sui redditi è escluso dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo il novanta per cento degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all’estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che vengono a svolgere la loro attività in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato.
L’agevolazione si applica a decorrere dal periodo di imposta in cui il docente o il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei tre periodi di imposta successivi, sempreché permanga la residenza fiscale in Italia. I docenti e ricercatori possono beneficiare della tassazione agevolata, al verificarsi delle seguenti condizioni:
a) essere in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato;
b) essere stati non occasionalmente residenti all’estero;
c) aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblici o privati o università;
d) svolgere l’attività di docenza e ricerca in Italia;
e) acquisire la residenza fiscale nel territorio dello Stato”.
In relazione al requisito c), l’attività di docenza e ricerca non necessariamente deve essere stata svolta nei due anni immediatamente precedenti il rientro, essendo sufficiente che l’interessato, prima di rientrare in Italia, abbia svolto tali qualificate attività all’estero per un periodo minimo ed ininterrotto di almeno ventiquattro mesi. Per la docenza il periodo di ventiquattro mesi si ritiene compiuto se l’attività è stata svolta per due anni accademici continuativi.
Quanto previsto non si rivolge soltanto ai cittadini italiani o europei emigrati che intendono far ritorno in Italia ma interessa in linea generale tutti i residenti all’estero, sia italiani che stranieri, i quali per le loro particolari conoscenze possono favorire lo sviluppo della ricerca e la diffusione del sapere in Italia, trasferendovi il know how acquisito attraverso l’attività svolta all’estero.
In relazione all’acquisizione della residenza fiscale nel territorio dello Stato di cui al requisito sub e), è previsto che il docente o il ricercatore acquisisca la residenza fiscale nel territorio dello Stato e che ciò avvenga in conseguenza dello svolgimento della attività lavorativa in Italia.
Per fruire dell’agevolazione è necessario che il docente prima di rientrare in Italia, abbia svolto attività tale qualificata attività di docenza o ricerca all’estero per un periodo minimo e ininterrotto di almeno due anni accademici consecutivi (anche se non necessariamente nei due anni immediatamente precedenti il rientro) e che, successivamente, venga a svolgere la detta attività in Italia trasferendovi la residenza.