Pace fiscale: come aderire entro il 31 luglio 2019


Disponibili, sul portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, i nuovi modelli per aderire entro il 31 luglio 2019 alla riapertura della Rottamazione-ter e del Saldo e stralcio delle cartelle (Agenzia Entrate-Riscossione – comunicato 03 luglio 2019).

Il Decreto Crescita ha riaperto i termini per aderire alla Rottamazione-ter e al Saldo e stralcio delle cartelle spostando l’ultimo giorno di adesione al 31 luglio 2019.
Con la riapertura dei termini i contribuenti che hanno già presentato domanda di adesione al 30 aprile 2019 possono integrare la suddetta domanda e i contribuenti che invece non hanno presentato alcuna domanda di adesione possono provvedere entro il nuovo termine.
Ovviamente, nella nuova domanda di adesione non possono essere ricompresi i debiti già indicati nella precedente domanda di adesione presentata al 30 aprile 2019.
Per quanto riguarda la Rottamazione-ter, nella nuova domanda di adesione possono essere anche inclusi i debiti relativi ai carichi per i quali non è stato effettuato l’integrale pagamento, entro il 07 dicembre 2018, delle somme da versare nello stesso termine.
Vengono invece ricomprese automaticamente nella riapertura dei termini, e quindi considerate valide, le domande di adesione tardive già presentate successivamente al 30 aprile 2019.


La domanda di adesione deve essere inviata entro il 31 luglio 2019 attraverso una delle seguenti modalità:
– direttamente online sul portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione con il servizio “Fai da te”;
– utilizzando il modello DA-2018-R (per la Rottamazione-ter) oppure il modello SA-ST-R (per il Saldo e stralcio), scaricabili sul portale dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, e presentarli via PEC all’indirizzo della direzione regionale dell’Agenzia a cui fa riferimento il contribuente (l’elenco degli indirizzi PEC regionali è disponibile sul modello e sul sito dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione) o presso uno degli sportelli dell’Agenzia presenti sul territorio.


Anche per le domande di adesione pervenute entro il 31 luglio 2019, il pagamento può essere unico o dilazionato.
Il pagamento in un’unica soluzione deve essere effettuato entro il 30 novembre 2019. Il pagamento dilazionato differisce a seconda dell’adesione alla Rottamazione-ter o al Saldo e stralcio.
Per la Rottamazione-ter il pagamento dilazionato può essere effettuato in un numero massimo di 17 rate consecutive (5 anni):
– la prima di importo pari al 20% delle somme complessivamente dovute, scadente il 30 novembre 2019;
– le restanti 16, ciascuna di pari importi, scadenti il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre a decorrere dal 2020 e fino al 2023.


Per i debiti relativi alle somme non versate entro il 07 dicembre 2018, il pagamento dilazionato può essere effettuato in un numero massimo di nove rate consecutive:
– la prima di importo pari al 20% delle somme complessivamente dovute, scadente il 30 novembre 2019;
– le restanti, ciascuna di pari importi, scadenti il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre degli anni 2020 e 2021.


Per il Saldo e stralcio delle cartelle, il pagamento dilazionato può essere invece effettuato in 5 rate cosi suddivise:
– il 35% con scadenza 30 novembre 2019;
– il 20% con scadenza 31 marzo 2020;
– il 15% con scadenza 31 luglio 2020;
– il 15% con scadenza 31 marzo 2021;
– il 15% con scadenza 31 luglio 2021.


Professionista con più di tre praticanti insieme: regolamento di autorizzazione


Pubblicato il “Regolamento per il rilascio dell’autorizzazione ad assumere la funzione di professionista incaricato per più di tre praticanti contemporaneamente” (CNDCEC – Nota 03 luglio 2019, n. 57).

Con il nuovo Regolamento sarà possibile rivestire il ruolo di professionista affidatario (c.d. «dominus») per più di tre tirocinanti contemporaneamente, limite massimo finora consentito.
La possibilità di accogliere contemporaneamente un numero di tirocinanti superiore a tre (e fino ad un massimo di sei) è subordinato al rilascio di apposita autorizzazione da parte del Consiglio dell’Ordine, su istanza del professionista interessato.
I criteri individuati dal Regolamento per il rilascio dell’autorizzazione riguardano l’attività professionale del richiedente e la sua organizzazione. È necessario, infatti, che il professionista affidatario faccia parte di una delle strutture organizzative individuate dal Regolamento (STP, associazione professionale, società di revisione) che abbia i requisiti minimi richiesti con riferimento al numero di iscritti nell’albo DCEC che ne fanno parte (soci/associati/partners), al numero di dipendenti/collaboratori posseduti ed al volume di affari.


Accordi per l’innovazione: ecco la procedura di erogazione delle agevolazione


Online le indicazioni in merito alle modalità di erogazione delle agevolazioni nell’ambito degli accordi per l’innovazione (Ministero Sviluppo Economico – circolare n. 40383/2019).

Gli accordi per l’innovazione finanziano i progetti riguardanti attività di ricerca industriale e di sviluppo sperimentale finalizzati alla realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento di prodotti, processi o servizi esistenti, tramite lo sviluppo di una o più delle tecnologie identificate dal Programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione 2014-2020 “Orizzonte 2020”, quali:
– Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC);
– Nanotecnologie;
– Materiali avanzati;
– Biotecnologie;
– Fabbricazione e trasformazione avanzate;
– Spazio;
– Tecnologie volte a realizzare i seguenti obiettivi della priorità “Sfide per la società” prevista dal Programma Orizzonte 2020.


Ai fini dell’accesso alle agevolazioni è necessario che sia definito l’Accordo per l’innovazione tra il Ministero dello sviluppo economico e le Regioni e le province autonome interessate e/o il soggetto proponente. Successivamente alla stipula dell’accordo, le imprese non maturano alcun diritto alle agevolazioni che sono, comunque, subordinate alla presentazione dei progetti esecutivi ed alla successiva valutazione da parte del Soggetto gestore.
I soggetti proponenti devono presentare la proposta progettuale unitamente alla scheda tecnica in via esclusivamente telematica all’indirizzo PEC dgiai.segreteria@pec.mise.gov.it.
Possono beneficiare delle agevolazioni le imprese di qualsiasi dimensione, con almeno due bilanci approvati, che esercitano attività industriali, agroindustriali, artigiane o di servizi all’industria nonché attività di ricerca.
Le agevolazioni consistono in:
– un contributo diretto alla spesa per una percentuale minima pari al 20% dei costi e delle spese ammissibili;
– un finanziamento agevolato, nel caso in cui sia previsto dall’Accordo, nel limite del 20% dei costi e delle spese ammissibili.


L’Accordo per l’innovazione può prevedere che la prima erogazione sia disposta a titolo di anticipazione nel limite massimo del 30% del totale delle agevolazioni concesse, in favore delle imprese di ogni dimensione, ovvero può prevedere che sia erogato a titolo di anticipazione l’intero finanziamento agevolato. In ogni caso, l’erogazione in anticipazione delle agevolazioni deve essere prevista all’interno dell’Accordo per l’innovazione e può essere effettuata esclusivamente previa presentazione di fideiussione bancaria o polizza assicurativa.
L’ammontare complessivo delle erogazioni per ciascuna tipologia agevolativa effettuate a stato avanzamento lavori ovvero a titolo di anticipazione, non può superare il 90% del relativo importo concesso o del relativo importo spettante, ove inferiore. Il residuo 10% delle agevolazioni, da sottrarre dall’ultimo stato di avanzamento o, se non sufficiente, anche da quello immediatamente precedente, ovvero dall’anticipazione, nel caso in cui il finanziamento agevolato sia interamente erogato in anticipazione, viene erogato a saldo.
Le richieste di erogazione devono essere redatte secondo gli schemi disponibili nella piattaforma del Soggetto gestore nel sito internet https://fondocrescitasostenibile.mcc.it.

Iva: aliquota ordinaria per il dispositivo medico ortodontico X


Il dispositivo medico, munito di batterie, ha la funzione di favorire il corretto allineamento dei denti. Se ne desume quindi una propria individualità che ne esclude la classificazione come pezzo ovvero accessorio di altri dispositivi. Di conseguenza, alle cessioni del prodotto in questione va applicata l’aliquota IVA ordinaria. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 03 luglio 2019, n. 223).

Il numero 30) della Tabella A, Parte II, allegata al d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, dispone l’applicabilità dell’aliquota IVA del 4 per cento alle cessioni “degli apparecchi di ortopedia; oggetti e apparecchi per fratture; oggetti ed apparecchi di protesi dentaria, oculistica ed altre; apparecchi per facilitare l’audizione ai sordi ed altri apparecchi da tenere in mano, da portare sulla persona o da inserire nell’organismo, per compensare una deficienza o una infermità”. La citata disposizione rinvia alla voce doganale 90.19.
La voce doganale 90.19 della precedente tariffa doganale, in vigore fino al 31 dicembre 1987, richiamata dal citato punto 30) della Tabella A, parte II, del d.P.R. n. 633 del 1972, corrisponde oggi alla voce doganale 90.21 della Tariffa vigente. È a tale ultima voce, dunque, che si deve intendere riferito il richiamo effettuato dalla disposizione di cui al n. 30) della Tabella A, parte II, del d.P.R. n. 633 del 1972.
Ciò considerato, si ritiene che i prodotti classificati all’attuale voce doganale 90.19, non possano di per sé essere ricondotti nell’ambito del numero 30) della Tabella A, Parte II, allegata al decreto IVA.
Peraltro, il Prodotto non può rientrare neanche nel punto 33) della medesima Tabella. Infatti, come precisato dalla risoluzione 3 agosto 2015, n. 72/E, “prescindendo dalla destinazione doganale dei beni, il punto 33) prevede l’applicazione dell’aliquota IVA del 4 per cento alle cessioni di dispositivi che costituiscano “parti, pezzi staccati e accessori esclusivamente destinati” agli apparecchi da inserire nell’organismo per compensare una deficienza o una infermità di cui al precedente punto 30)”.
Nel caso in oggetto, il Dispositivo Medico, munito di batterie, ha la funzione di favorire il corretto allineamento dei denti.
Se ne desume quindi una propria individualità che ne esclude la classificazione come pezzo ovvero accessorio di altri dispositivi.
Di conseguenza, alle cessioni del Prodotto in questione va applicata l’aliquota IVA ordinaria.

Lavoratori impatriati: requisito di residenza all’estero per il regime agevolato

Tra i requisiti previsti per l’applicazione del regime speciale per i lavoratori impatriati è richiesto un periodo minimo di residenza all’estero, provato, tra l’altro, mediante iscrizione all’AIRE. In assenza di tale iscrizione, deve ritenersi ammessa, anche per i lavoratori che acquistano la residenza in Italia nel corso del 2019, la prova del periodo minimo di residenza all’estero sulla base delle disposizioni recate dalle convenzioni contro le doppie imposizioni. In ogni caso, detto periodo minimo deve essere continuato, per cui eventuali interruzioni escludono il beneficio (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 216 e n. 217/2019).

Il regime speciale per lavoratori impatriati è stato introdotto con lo scopo dichiarato di incentivare il trasferimento in Italia di lavoratori con alte qualificazioni e specializzazioni e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del nostro Paese.
In presenza di specifici requisiti e condizioni, perciò, i redditi di lavoro dipendente e assimilati, e di lavoro autonomo prodotti in Italia dai lavoratori “impatriati” sono assoggettati a tassazione in misura parziale.
In particolare, possono beneficiare del regime agevolato i soggetti che trasferiscono la residenza in Italia, ai sensi dell’articolo 2 del TUIR, ove ricorrono contemporaneamente le seguenti condizioni:
a) non essere stati residenti in Italia nei 5 periodi di imposta precedenti il predetto trasferimento;
b) svolgere l’attività lavorativa presso un’impresa residente nel territorio dello Stato in forza di un rapporto di lavoro instaurato con questa o con società che direttamente o indirettamente controllano la medesima impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa;
c) prestare l’attività lavorativa prevalentemente nel territorio italiano;
d) rivestire ruoli direttivi ovvero essere in possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.
Dal 1° maggio 2019, peraltro, la normativa è stata modificata dal cd. “Decreto Crescita”, con effetto per i soggetti che trasferiscono la residenza in Italia a decorrere dal 1° gennaio 2020. Tra le modifiche sono previste:
– l’incremento della quota di reddito esente dal 50 al 70 per cento;
– la riduzione del periodo minimo di residenza all’estero precedenti il trasferimento da 5 a 2 periodi d’imposta;
– la possibilità di comprovare la residenza all’estero, per i soggetti che non risultano iscritti all’AIRE, anche sulla base delle previsioni dettate dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni.
I casi esaminati dall’Agenzia delle Entrate riguardano, rispettivamente:
1) un lavoratore trasferitosi nel Regno Unito dal 2014 che, a causa del ritardato invio della richiesta, ha ottenuto l’iscrizione all’AIRE dal 2015, ma è in grado di dimostrare l’effettiva residenza all’estero tramite i contratti di assunzione, le relative buste paga e il documento P60 (corrispondente alla Certificazione Unica italiana), il quale prevede di rientrare in Italia con contratto di lavoro dipendente (livello quadro) presso una società italiana avverrà o nel mese di maggio o nel mese di settembre 2019, e intende beneficiare del regime speciale per lavoratori impatriati;
2) una lavoratrice trasferitasi a Londra e iscritta all’AIRE nel 2013 che, però, nel 2017 ha trasferito temporaneamente la residenza in Italia, per poi trasferirsi di nuovo a Londra alla fine del 2017 ma risultante iscritta all’AIRE dal 2019, che prevede di rientrare in Italia a maggio 2019 e beneficiare del regime per i lavoratori impatriati.
Secondo le norme del TUIR, si considerano residenti in Italia le persone fisiche che, per la maggior parte del periodo d’imposta (183 giorni o 184 in caso di anno bisestile) sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile. Le tre condizioni appena citate sono tra loro alternative, essendo sufficiente che sia verificato, per la maggior parte del periodo d’imposta, uno solo dei predetti requisiti affinché una persona fisica venga considerata fiscalmente residente in Italia.
Come accennato in precedenza, uno dei requisiti per la fruizione del regime agevolato è costituito da un periodo minimo di residenza all’estero.
Con riferimento alla verifica di tale requisito, secondo la disciplina applicabile nel periodo d’imposta 2019, in considerazione della rilevanza del solo dato dell’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente, il soggetto che non si è cancellato dal registro della popolazione residente, o risulti cancellato per un periodo inferiore a quello richiesto dalla norma, non poteva essere ammesso all’agevolazione in argomento.
Tuttavia, tra le modifiche introdotte dal cd. “Decreto Crescita”, è stata prevista la possibilità di comprovare la residenza all’estero, per i soggetti che non risultano iscritti all’AIRE, anche sulla base delle previsioni dettate dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni.
Sebbene tali modifiche siano applicabili ai soggetti che trasferiscono la residenza in Italia a decorrere dal 1° gennaio 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che, in considerazione della ratio normativa, detta facoltà deve ritenersi applicabile anche per i lavoratori impatriati che trasferiscono la residenza già dal 2019.
Ovviamente, fermo restando il possesso di tutti i requisiti soggettivi e oggettivi:
– se la residenza in Italia è acquisita nel 2019, si applica la disciplina in vigore prima delle modifiche introdotte dal “decreto crescita” (reddito esente al 50 per cento; periodo minimo di residenza all’estero 5 periodi d’imposta; impegno a mantenere la residenza in Italia per almeno 2 anni; prestazione lavorativa prevalentemente in Italia, in favore di impresa residente in Italia, con ruoli direttivi o possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione);
– se, invece, la residenza in Italia è acquisita nel 2020, si applica la disciplina modificata dal “decreto crescita” (reddito esente al 70 per cento; periodo minimo di residenza all’estero 2 periodi d’imposta; impegno a mantenere la residenza in Italia per almeno 2 anni; prestazione lavorativa prevalentemente in Italia).

Non paga l’Irap il professionista con una segretaria


Non è tenuto al pagamento dell’Irap il professionista che si avvale di un dipendente con mansioni esecutive (Corte di Cassazione – Sez. trib. – Ordinanza 02 luglio 2019, n. 17698).

Il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segretaria ovvero meramente esecutive. Costituisce onere del contribuente che chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta dare la prova dell’assenza delle condizioni sopraelencate.
Tale principio ha trovato applicazione in molteplici circostanze proprio con riferimento all’attività svolta in convenzione da medico del servizio di medicina generale in convenzione con il SSN che impieghi beni strumentali che rispondano ai requisiti previsti per l’espletamento del servizio dal relativo ACN e che non superino l’unità di personale di lavoro dipendente con mansioni esecutive.
Nella fattispecie in esame l’entità dei compensi quale corrisposta dal medico appare in astratto in linea con la retribuzione di una sola unità lavoratrice dipendente con mansioni esecutive.

Iva al 22% per gli apparecchi dentali


Agli apparecchi medici per ortodonzia, utilizzati per favorire il corretto allineamento dei denti, si applica l’aliquota iva ordinaria al 22% e non l’aliquota agevolata (Agenzia Entrate – risposta n. 223/2019).

Ai dispositivi medicali per ortodonzia non risulta applicabile l’IVA agevolata al 4% a fronte della loro qualificazione doganale e anche perché non possono essere intesi come pezzi accessori di altri dispositivi.
In particolare, gli apparecchi in questione non possono essere inclusi tra gli apparecchi di ortopedia in genere, per i quali è prevista l’aliquota Iva al 4%, in quanto hanno una classificazione doganale diversa.
Non possono neanche essere inclusi tra i dispositivi che costituiscono parti, pezzi staccati e accessori di dispositivi medicali, per i quali è sempre prevista l’aliquota al 4%, in quanto hanno una propria struttura e individualità che ne esclude la classificazione come pezzo ovvero accessorio di altri dispositivi.
In tal senso, alle cessione degli apparecchi dentali deve essere applicata l’iva ordinaria al 22%.


Detrazioni fiscali: lastrico solare rientra tra gli interventi di recupero del patrimonio edilizio


Per i lavori condominiali il condomino può sfruttare interamente il limite di spesa previsto per la propria unità immobiliare, ma non può avvalersi dei limiti attribuibili all’altra unità immobiliare facente parte del medesimo condominio. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 28 giugno 2019, n. 219).

Nella fattispecie esaminata dal Fisco, l’istante rappresenta di essere proprietario di un immobile facente parte di una bifamiliare (a due piani) e di avere l’uso esclusivo del lastrico solare posto a copertura dell’intero fabbricato.
Nel 2016 ha eseguito lavori di ripristino del lastrico solare ammalorato che causava infiltrazioni d’acqua piovana nella sottostante unità di sua proprietà, facendosi carico dell’intera spesa, come si evince da fattura e bonifico allegati all’istanza.
Precisa che il pagamento dell’intero importo è stato eseguito da lui mediante bonifico bancario per ristrutturazioni ai fini del bonus per agevolazioni fiscali.
In corso di compilazione del modello 730, ha avuto pareri discordanti circa la possibilità di applicare il recupero fiscale all’intera spesa sostenuta e, nell’incertezza, ha indicato ai fini dell’agevolazione, il 50% dell’importo del bonifico anche se il titolare dell’altra proprietà, facente parte della bifamiliare, non ha ritenuto partecipare alla spesa e ne ha rilasciato dichiarazione firmata.
Per i lavori condominiali il condomino può sfruttare interamente il limite di spesa previsto per la propria unità immobiliare, ma non può avvalersi dei limiti attribuibili all’altra unità immobiliare facente parte del medesimo condominio.
Per beneficiare della detrazione per i lavori eseguiti sulle parti comuni, non è più necessario acquisire il codice fiscale del condominio nelle ipotesi in cui i condòmini, non avendo l’obbligo di nominare un amministratore, non vi abbiano provveduto, a condizione che non vi sia stato pregiudizio al rispetto, da parte delle banche e di Poste Italiane SPA, dell’obbligo di operare la prescritta ritenuta all’atto dell’accredito del pagamento.
In assenza del codice fiscale del condominio, i contribuenti, per beneficiare della detrazione per gli interventi edilizi realizzati su parti comuni di un condominio minimo per la quota di spettanza, possono inserire nei modelli di dichiarazione le spese sostenute utilizzando il codice fiscale del condòmino che ha effettuato il relativo bonifico. Ogni condòmino che ha eseguito il bonifico per la propria quota di competenza dovrà riportare in dichiarazione il proprio codice fiscale.
Naturalmente, il contribuente è tenuto, in sede di controllo, a dimostrare che gli interventi sono stati effettuati su parti comuni dell’edificio e, se si avvale dell’assistenza fiscale, ad esibire ai CAF o agli intermediari abilitati, oltre alla documentazione ordinariamente richiesta per comprovare il diritto all’agevolazione, un’autocertificazione che attesti la natura dei lavori effettuati e indichi i dati catastali delle unità immobiliari facenti parte del condominio.

Casa di cura gestita da una società: le prestazioni esenti da IVA


Alle prestazione rese da una società, consistenti nella gestione globale della casa di cura, si applica il regime di esenzione Iva (Agenzia Entrate – risposta n. 221/2019).

Di regola, le prestazioni delle case di riposo per anziani, comprese le somministrazioni di vitto, indumenti e medicinali, le prestazioni curative e le altre prestazioni accessorie, non scontano l’IVA.
Il suddetto regime di esenzione si applica esclusivamente alle prestazioni non avendo rilievo la natura giuridica del soggetto che le effettua.
L’esenzione presuppone la gestione globale delle strutture e a tale regime sono da assoggettare anche le prestazioni rese da terzi, ancorché distintamente specificate, nell’ipotesi in cui caratterizzano nella loro interezza e sostanzialità la gestione globale di una casa di riposo.
Tale ipotesi si verifica nel caso in cui la titolarità del servizio rimane in capo al soggetto appaltante che svolge esclusivamente un’attività di controllo ed indirizzo a garanzia della qualità e dell’interesse collettivo.
Alle prestazione rese da una società, consistenti nella gestione globale della casa di cura, si applica quindi il regime di esenzione Iva.

Premio di risultato convertito in Welfare aziendale


Il Fisco chiarisce che nell’ipotesi di conversione del premio di risultato, il valore del benefit rileverà nel periodo d’imposta in cui il dipendente ha optato per la conversione del premio di risultato. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 27 giugno 2019, n. 212).

La legge di Stabilità 2016, così come modificata nel corso del tempo, prevede l’applicazione di una imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali regionale e comunale nella misura del 10 per cento, salvo espressa rinuncia scritta del prestatore di lavoro, ai premi di risultato di ammontare variabile la cui corresponsione sia legata ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, nonché alle somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa, entro il limite di importo di 3.000 euro lordi.
Al dipendente viene attribuita un’ulteriore facoltà di scelta in relazione ai premi di risultato, in quanto accanto alla possibilità di avvalersi della tassazione sostitutiva, in luogo di quella ordinaria, gli riconosce anche la possibilità di scegliere se ottenere il premio in denaro o in natura, prevedendo che, in ogni caso, i benefit non scontino alcuna tassazione, nei limiti e condizioni ivi previsti.
In relazione a tale ultimo aspetto, nelle ipotesi in cui il premio di risultato sia erogato, su scelta del dipendente, sotto forma di contribuzione alla previdenza complementare o a casse aventi esclusivamente fini assistenziali o sotto forma di assegnazione di azioni, tali erogazioni in natura non concorrano alla determinazione del reddito di lavoro dipendente anche se effettuate in misura superiore ai limiti previsti dalle disposizioni e, in caso di assegnazione di azioni, senza rispettare le condizioni ivi stabilite.
Nell’ipotesi di conversione del premio di risultato, il valore del benefit rileverà nel periodo d’imposta in cui il dipendente ha optato per la conversione del premio di risultato.
Il rispetto del limite annuo di euro 3.000 dovrà essere considerato nel momento in cui il dipendente esercita l’opzione per sostituire il premio di risultato agevolabile con il paniere dei Servizi Welfare che dovrà avvenire, per il Premio di Risultato 2018, entro il 31 maggio 2019 mentre, per il premio di risultato 2019, entro il 31 maggio 2020.
Per quanto concerne, invece, il momento di percezione dei benefit sostitutivi del premio di risultato, ovvero del rispetto dei limiti previsti dalle disposizioni ai fini della loro non concorrenza al reddito, l’Amministrazione Finanziaria ha più volte precisato che in base al principio di cassa, che presiede la determinazione del reddito di lavoro dipendente, la retribuzione deve essere imputata in base al momento di effettiva percezione della stessa da parte del lavoratore.
Tale principio si applica sia con riferimento alle erogazioni in denaro sia con riferimento alle erogazioni in natura mediante l’assegnazione di beni o servizi, ovvero il momento di percezione coincide con quello in cui il fringe benefit esce dalla sfera patrimoniale dell’erogante per entrare in quella del dipendente.
Con particolare riferimento ai servizi welfare concernenti:
– la contribuzione alla previdenza complementare e/o alla cassa sanitaria;
– i rimborsi spese previste dall’art. 51, comma 2, lett. f-bis) ed f-ter), del TUIR;
– le opere e servizi di cui all’articolo 51, comma 2, lett. f) del TUIR;
– i buoni spesa o i buoni carburanti entro il limite di euro 258,23;
– il rilascio dell’abbonamento per il trasporto pubblico locale, regionale e interregionale;
gli stessi si considerano percepiti dal dipendente, e conseguentemente esclusi dal reddito nei limiti stabiliti, nel momento in cui quest’ultimo effettua la scelta del servizio welfare tramite la piattaforma, indipendentemente quindi dal successivo momento in cui il servizio venga utilizzato o il rimborso erogato, ovvero il datore di lavoro provveda al versamento dei contributi al fondo di previdenza o alla cassa sanitaria.
Per completezza, si osserva che nell’ipotesi in cui le spese sostenute dal lavoratore costituiscano per quest’ultimo un onere detraibile o deducibile, il momento in cui il datore di lavoro le rimborserà rileverà ai fini della compilazione, da parte di quest’ultimo quale sostituto d’imposta, dell’apposita sezione della Certificazione Unica riservata ai “Rimborsi di beni e servizi non soggetti a tassazione”.
Tra le informazioni che il sostituto d’imposta/datore di lavoro deve fornire, infatti, il “punto 701” individua l’anno nel quale è stata sostenuta la spesa rimborsata dallo stesso sostituto, informazione necessaria al fine di evitare che il lavoratore possa fruire di un doppio beneficio – non concorrenza al reddito di lavoro dipendente e detrazione/deduzione dell’onere rimborsato-.
Analoghe considerazioni, relativamente a tale ultimo aspetto, valgono anche in relazione al credito welfare per figli a carico.
Nell’ambito della disciplina del reddito di lavoro dipendente il “convivente di fatto”, non rientrando nella nozione di familiare, non può fruire del regime di favore previsto dal citato articolo 51 del TUIR.