Incremento del contributo addizionale sui rinnovi dei contratti a termine: le indicazioni operative Inps


Le istruzioni Inps per la gestione degli adempimenti informativi e degli obblighi contributivi connessi all’incremento del contributo addizionale NASpI a valere sui rinnovi dei contratti di lavoro a tempo determinato (circolare n. 121 del 05 settembre 2019)


Come noto, ai rapporti di lavoro subordinato non a tempo indeterminato si applica un contributo addizionale, a carico del datore di lavoro, pari all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali. Orbene, il cd. Decreto Dignità (art. 3, co. 2, D.L. n. 87/2018, conv. in L. n. 96/2018) ha previsto l’incremento del predetto contributo addizionale in occasione di ogni rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in regime di somministrazione di lavoro. Sul piano generale, la fattispecie del rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato ricorre quando l’iniziale contratto raggiunge la scadenza originariamente prevista (o successivamente prorogata) e le parti procedono alla sottoscrizione di un ulteriore contratto a termine. Tuttavia, considerato che il Legislatore ha esteso la nuova disciplina dei rapporti a termine anche alla somministrazione di lavoratori assunti a tempo determinato, l’aumento del contributo addizionale NASpI opera anche nei casi in cui lo stesso utilizzatore abbia instaurato un precedente contratto di lavoro a termine con il medesimo lavoratore ovvero nell’ipotesi inversa. Anche qualora venga modificata la causale originariamente apposta al contratto a termine, si configura un rinnovo e non una proroga, anche se l’ulteriore contratto segua il precedente senza soluzione di continuità, con conseguente incremento del contributo addizionale. Diversamente, nell’ipotesi in cui le parti abbiano stipulato un primo contratto privo di causale, perché di durata inferiore a 12 mesi, e successivamente abbiano prolungato la durata del contratto oltre i 12 mesi, indicando per la prima volta una causale, si configura una proroga e non un rinnovo. L’incremento del contributo addizionale è dovuto con riferimento ai rinnovi, intervenuti a far tempo dal 14 luglio 2018, di ogni tipologia di contratto a termine al quale si applica il contributo addizionale, ivi compresi i contratti che regolano il rapporto di lavoro nel settore marittimo.
Restano esclusi dall’applicazione dell’incremento del contributo addizionale NASpI i contratti di lavoro domestico e quelli a tempo determinato relativi alle assunzioni di lavoratori adibiti a svolgere attività di insegnamento, di ricerca scientifica o tecnologica, di trasferimento di know-how e di supporto, di assistenza tecnica o coordinamento all’innovazione, stipulati da università private, incluse le filiazioni di università straniere, istituti pubblici di ricerca, società pubbliche che promuovono la ricerca e l’innovazione, enti privati di ricerca.
Evidentemente, poi, restano esclusi anche i rapporti già non soggetti al regime della contribuzione addizionale NASpI (OTD, lavoratori assunti a termine in sostituzione di lavoratori assenti; lavoratori assunti a termine per lo svolgimento delle attività stagionali, apprendisti; lavoratori della PA).
Quindi, ad ogni rinnovo di contratto di lavoro a tempo determinato, ovvero di somministrazione a tempo determinato, l’incremento dello 0,50% si somma a quanto dovuto in precedenza a titolo di contributo addizionale, non tenendo conto dei rinnovi contrattuali intervenuti precedentemente al 14 luglio 2018.
Dal momento che l’incremento del contributo addizionale costituisce pur sempre una componente della complessiva contribuzione addizionale, laddove ricorrano i presupposti per la restituzione (trasformazione del contratto a tempo indeterminato o assunzione del lavoratore a tempo indeterminato entro il termine di sei mesi dalla cessazione del precedente contratto a termine), anche tale incremento va restituito. Nel caso di più rinnovi contrattuali, è suscettibile di recupero l’importo del contributo addizionale e del relativo incremento afferenti all’ultimo rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato intervenuto tra le parti prima della trasformazione o della riassunzione a tempo indeterminato.
I datori di lavoro tenuti al versamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI, a decorrere dalla competenza settembre 2019, espongono nel flusso Uniemens, nella sezione <AltreADebito> di <DatiRetributivi> di <DenunciaIndividuale>, i lavoratori per i quali è dovuta la maggiorazione, valorizzando i seguenti elementi:
– nell’elemento <CausaleADebito>, uno dei seguenti valori: M701, M702, M703, M704, M7NN, a seconda che si tratti del primo, secondo, terzo, quarto o ennesimo rinnovo;
– nell’elemento <AltroImponibile> deve essere indicata la quota di imponibile soggetta a maggiorazione;
– nell’elemento <NumGG> o <NumOre> deve essere inserito il numero di giorni/ore a cui si riferisce la contribuzione dovuta, secondo la medesima logica di calcolo di <GiorniContributiti> e <OreContribuite>;
– nell’elemento <ImportoADebito> deve essere indicata la maggiorazione del contributo addizionale NASpI dovuta, calcolata secondo la seguente formula: numeroRinnovo x 0,5% x <AltroImponibile> (dove numeroRinnovo = 1 se CausaleADebito = M701, numeroRinnovo = 2 se CausaleADebito = M702, etc.).
In caso di più rinnovi ricadenti nello stesso mese, all’interno della stessa denuncia vanno indicati, contemporaneamente, più codici causali.
Il lavoratore interessato dal rinnovo di un precedente contratto a tempo determinato deve essere indicato nel flusso Uniemens, nell’elemento <Assunzione>, con il codice tipo assunzione “1R” (avente il significato di “Assunzione effettuata a seguito di rinnovo di precedente rapporto a tempo determinato).
Se per il lavoratore spettano agevolazioni contributive esposte in Uniemens mediante nettizzazione della contribuzione dovuta, anche l’importo della maggiorazione va calcolato tenendo conto dell’agevolazione spettante.
Ai fini del versamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI per il periodo compreso tra il 14 luglio 2018 e agosto 2019, i datori di lavoro, nel flusso di competenza settembre 2019, devono provvedere ad esporre per ogni singolo lavoratore interessato, secondo le modalità operative descritte, i valori complessivi relativi ad ognuno dei rinnovi intervenuti nel periodo predetto.
Per i dipendenti non più in forza, i datori di lavoro devono valorizzare nella sezione individuale dei flussi Uniemens di competenza settembre e/o ottobre 2019 gli stessi elementi per i dipendenti ancora in forza; ovviamente, non vanno valorizzate le settimane, i giorni retribuiti e il calendario giornaliero. Va invece valorizzato l’elemento <TipoLavStat> con il codice “NFOR”, che contraddistingue i dipendenti non più in carico presso l’azienda.
Nei casi di aziende sospese o cessate, i datori di lavoro tenuti al versamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI, ai fini dell’adempimento, si avvalgono della procedura delle regolarizzazioni (UniEmens/vig), entro il giorno 16 dicembre 2019.
Infine, per quanto attiene alle modalità operative relative alla restituzione dell’aumento del contributo addizionale afferente all’ultimo rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato, il recupero di detto aumento va effettuato, unitamente al recupero del contributo addizionale dell’1,40%, utilizzando il codice “L810” – avente il significato di “recupero contributo addizionale articolo 2, comma 30, della L. n. 92/2012” – nell’elemento <CausaleAcredito> di <AltreACredito> di <DatiRetributivi> di Denuncia Individuale.

Domanda ANF, nessuna autorizzazione per il minore disabile con indennità di accompagnamento


L’Inps, con messaggio n. 3142 del 29 agosto 2019, fornisce ulteriori chiarimenti alle Sedi territoriali ai fini della corretta gestione delle domande di Assegno per il nucleo familiare per i lavoratori dipendenti di aziende attive del settore privato


Le domande di ANF DIP devono essere presentate necessariamente dal titolare del diritto alla prestazione, anche per il tramite di un Ente di Patronato cui questi abbia conferito mandato, anche se il titolare non ha una propria posizione tutelata e presenta domanda a valere sulla posizione dell’altro genitore lavoratore dipendente. In tal caso, all’atto della presentazione dell’istanza, il richiedente deve inserire tutte le informazioni relative al reddito e alla composizione del proprio nucleo familiare. E’ cura del lavoratore/ titolare del diritto dare comunicazione al datore di lavoro dell’avvenuta presentazione della domanda e degli estremi per il pagamento della prestazione (IBAN). Nella ricevuta di domanda è contenuta l’indicazione sia del codice fiscale del richiedente che quello del lavoratore titolare della posizione tutelata, a cui deve fare riferimento il datore di lavoro per le attività conseguenti. Peraltro, sono in fase di sviluppo funzionalità idonee a consentire anche al datore di lavoro di presentate la domanda, previa delega del lavoratore interessato.
In seguito alla presentazione telematica, la procedura suddivide le domande di ANF DIP nelle seguenti fasi:
– da frazionare: si trovano in questo stato tutte le domande in attesa del calcolo effettuato in automatico dalla procedura;
– frazionate: tutte le domande che sono state calcolate con esito positivo;
– accolte: sono le domande frazionate con esito positivo per le quali l’azienda ha già visionato l’importo spettante nel Cassetto azienda;
– respinte/Lettere da inviare: sono tutte le domande frazionate e calcolate con esito negativo. L’operatore deve selezionare e prenotare l’invio della lettera;
– respinte/Lettere inviate: le domande passano in automatico per l’invio.
In assenza di errori su anagrafica e in assenza di verifiche la domanda va direttamente nello stato “frazionata” se accolta o “respinta”. In presenza di errori su anagrafica o di “verifica autorizzazione” l’errore è visibile all’utente nella singola sezione, consentendo a quest’ultimo di intervenire per modificare il dato errato inserito. La domanda può essere modificata fino alla stato “verifica autorizzazione”. Eventuali variazioni successive possono essere apportate dal cittadino/Patronato solo tramite presentazione di “Domanda di variazione”.
In presenza di stato civile nubile/celibe, separato/divorziato, abbandonato o in caso di inserimento nel nucleo di familiari inabili la procedura presenta l’avvertenza “Verifica/segnalazione” per l’operatore e per il cittadino richiedente in quanto potrebbe trattarsi di casistiche per le quali è necessaria preventiva autorizzazione, da richiedersi tramite l’apposita procedura, se non già in possesso del richiedente. La segnalazione deve necessariamente essere gestita dall’operatore che procede a sbloccare l’istanza a seguito di verifica in procedura Autorizzazione Anf. Possono conseguentemente verificarsi tre differenti situazioni:
1) il cittadino è in possesso di autorizzazione in corso di validità e l’operatore sbocca la domanda;
2) il cittadino non ha presentato domanda di autorizzazione e l’operatore può procedere alla reiezione della domanda con motivazione “mancanza del diritto relativamente al nucleo familiare” oppure “nucleo non autorizzato”;
3) il cittadino ha presentato domanda di autorizzazione ma non è stata ancora istruita dalla sede, per cui l’operatore deve procedere alla lavorazione o monitorare l’esito della richiesta AUT ANF, senza possibilità di respingere la domanda.
L’autorizzazione non deve essere richiesta per un componente inabile se lo stesso è minorenne con indennità di accompagnamento o maggiorenne con inabilità al 100%. Se il richiedente ha indicato come stato civile “separato/divorziato” ma dalle verifiche effettuate in sede di autorizzazione non risulta l’effettività della separazione la domanda ANF DIP deve essere respinta. In presenza di autorizzazioni con scadenza all’interno del periodo di riferimento l’importo ANF è calcolato fino alla scadenza dell’autorizzazione stessa; successivamente alla presentazione della nuova domanda di autorizzazione ANF è necessario presentare domanda di variazione ANF DIP.

Pensione supplementare: regime delle decorrenze, requisito costitutivo ed età pensionabile


Anche alle pensioni supplementari a carico della Gestione separata (art. 2, co. 26, L. 335/1995) si applica il regime delle finestre secondo la disciplina introdotta per le pensioni di vecchiaia (L. 247/2007) e i requisiti per la pensione supplementare maturano dalla domanda amministrativa, requisito costitutivo del diritto; l’individuazione del regime dell’età pensionabile vigente deve avere riguardo al momento della domanda di pensione (Corte di Cassazione, ordinanza 03 settembre 2019, n. 22010).


Una Corte d’appello territoriale, confermando la sentenza di primo grado, aveva riconosciuto ad un lavoratore il diritto alla pensione supplementare, in relazione ai contributi versati nella Gestione separata, con decorrenza dalla data della relativa istanza amministrativa e non dalla data della prima finestra utile ai fini della pensione di vecchiaia (L. n. 247/2007), come invece sostenuto dall’Inps. Secondo la Corte non poteva applicarsi al diritto alla pensione supplementare, che è un trattamento autonomo, il regime delle finestre, introdotto per le pensioni di anzianità e di vecchiaia, non estensibile oltre i casi considerati per il carattere eccezionale della normativa che ritarda per motivi di finanza pubblica un trattamento che dovrebbe decorrere dalla domanda dell’interessato.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando violazione e falsa applicazione della legge.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. Qualora gli iscritti alla Gestione separata non raggiungano i requisiti per il diritto ad una pensione autonoma, ma conseguano la titolarità di un trattamento pensionistico a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti, delle forme esclusive e sostitutive della medesima, delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, nonché delle gestioni previdenziali obbligatorie dei liberi professionisti, hanno diritto alla liquidazione della pensione supplementare (art. 5, L. n. 1338/1962), sempreché in possesso del requisito di età anagrafica proprio della gestione a carico della quale viene richiesta, da aggiornarsi comunque sulla base delle modifiche normative intervenute nel tempo.
Dunque, i contributi versati nella gestione, insufficienti per dare luogo ad una pensione autonoma, vengono utilizzati per la costituzione della pensione supplementare (Corte di Cassazione, sentenza n. 879/2007) che, rispetto al trattamento pensionistico o principale, costituisce un beneficio autonomo sia quanto a decorrenza (dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della relativa domanda), sia quanto alle modalità di computo, anche con riferimento agli aumenti per i familiari (art. 5, co. 2, lettere a), b) e c), L. n. 1338/1962).
Evidentemente, dalla rilevata autonomia della pensione supplementare rispetto a quella principale discende poi che il regime dell’età pensionabile deve essere individuato con riferimento non alla data in cui si sono verificati i requisiti per l’accesso alla pensione principale, ma a quella in cui viene presentata la domanda amministrativa per la pensione supplementare, che ne condiziona la concessione, così impedendo che il diritto possa ritenersi cristallizzato in epoca precedente. Il diritto alla pensione supplementare di vecchiaia si perfeziona, infatti, solo con la presentazione della domanda amministrativa, decorrendo dal primo giorno del mese successivo ad essa.
In conclusione, alla pensione supplementare di vecchiaia si applica il regime dell’età pensionabile e quello di accesso attraverso le finestre vigenti nel momento in cui la prestazione viene richiesta, da individuarsi con riferimento alla gestione tenuta alla relativa liquidazione.


ANF arretrati: per luglio 2019, necessario l’invio del flusso di regolarizzazione solo oltre i 20.000 euro


Per la sola competenza di luglio 2019, per i conguagli relativi agli assegni al nucleo familiare arretrati, il limite di 3.000 euro, oltre il quale è necessario trasmettere flussi di regolarizzazione, è elevato a 20.000 euro (Inps messaggio 28 agosto 2019, n. 3134)


Come noto, a decorrere dalla dichiarazione contributiva di luglio 2019, allo scopo di migliorare l’efficacia degli strumenti di controllo e garantire l’univoca individuazione della titolarità al conguaglio e l’accertamento della misura, è istituito nel flusso Uniemens, sezione <DenunciaIndividuale> di <PosContributiva>, l’elemento <InfoAggCausaliContrib>, volto ad associare a ciascun codice conguaglio ANF il periodo di riferimento e l’identificativo della domanda ANF. Pertanto, per conguagliare gli ANF anticipati ai lavoratori, i datori di lavoro devono compilare il suddetto elemento, così valorizzando i seguenti campi:
a) nell’elemento <CodiceCausale> va inserito uno dei seguenti valori:
– “035”, “ANF assegni correnti”;
– “L036”, “Recupero assegni nucleo familiare arretrati”;
– “H301”, “Assegni nucleo familiare ai lavoratori assistiti per Tbc”;
b) nell’elemento <IdentiMotivoUtilizzoCausale> va indicato il codice fiscale del soggetto richiedente la prestazione ANF, non necessariamente coincidente con il codice fiscale del lavoratore (ad esempio, nel caso di madre separata senza posizione tutelata, che chiede la prestazione sulla posizione lavorativa dell’altro genitore);
c) nell’elemento <AnnoMeseRif> va inserito il periodo a cui si riferisce il conguaglio ANF;
d) nell’elemento <ImportoAnnoMeseRif> va indicato l’importo del conguaglio del periodo a cui si riferisce. Trattandosi di un elemento ricorsivo, è possibile indicare, nello stesso flusso Uniemens, più di un conguaglio.
Tuttavia, per venire incontro alle richieste di aziende ed intermediari, le modalità di esposizione nei flussi Uniemens rimarranno immutate fino alla denuncia contributiva di competenza del mese 09/2019 e la compilazione della nuova sezione <InfoAggCausaliContrib> sarà facoltativa.
Parallelamente, considerato che l’introduzione e la compilazione dell’elemento <InfoAggCausaliContrib> consentirà all’Inps il controllo puntuale della congruità di tutti i conguagli effettuati, anche di quelli relativi agli assegni al nucleo familiare arretrati, a decorrere dalla dichiarazione contributiva di settembre 2019, ovvero da quando sarà resa obbligatoria la compilazione del nuovo elemento, non sarà più necessario trasmettere flussi di regolarizzazione per arretrati di importo maggiore a 3.000 euro. Al riguardo, però, nella medesima ottica di venire incontro alle ulteriori esigenze rappresentate dalle aziende e dai loro intermediari, il predetto limite, oltre il quale è necessario trasmettere flussi di regolarizzazione, per la sola competenza di luglio 2019, è stato elevato a 20.000 euro.

Omesso versamento ritenute, non imputabilità della crisi e impossibilità ad adempiere escludono il reato


L’imputato del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali (art. 2, L. 638/1983) può invocare l’assoluta impossibilità di adempiere il debito, quale causa di esclusione della responsabilità penale, a condizione che provveda ad assolvere gli oneri di allegazione concernenti sia il profilo della non imputabilità a lui medesimo della crisi economica che ha investito l’azienda, sia l’aspetto della impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità tramite il ricorso a misure idonee, da valutarsi in concreto (Corte di Cassazione, sentenza 21 agosto 2019, n. 36278)


Una Corte di appello territoriale, in parziale riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di prime cure, aveva concesso il beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale e confermato la condanna penale ad un datore di lavoro relativamente al reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori dipendenti (art. 2, L. 638/1983).
Propone così ricorso in Cassazione il datore di lavoro, lamentando che la società del ricorrente non sarebbe stata investita da una mera carenza di liquidità, ma da una gravissima crisi economica e finanziaria, dovuta al fallimento di alcuni importanti clienti; la crisi aveva comportato dapprima il ricorso ad una procedura di concordato preventivo e poi il fallimento. Il ricorrente aveva impiegato tutte le sue risorse (anche la casa di proprietà era stata appresa al fallimento) nel tentativo di risanare l’azienda e poter adempiere a tutti gli obblighi di legge, non riuscendo neanche a pagare alcune retribuzioni e le tredicesime ai propri dipendenti. Anche il ricorso al credito bancario era risultato vano. Tutte le circostanze indicate, ampiamente evidenziate nell’atto di appello sono state ignorate dalla sentenza della Corte, che si è limitata a ritenere configurato il dolo generico senza un’adeguata motivazione sugli aspetti particolari della vicenda in giudizio.
Per la Suprema Corte, il ricorso risulta fondato. Per costante e condiviso orientamento, per la sussistenza del reato in relazione all’elemento soggettivo risulta sufficiente il dolo generico, ossia la coscienza e volontà di non versare i contributi previdenziali, che non può escludersi rilevando la circostanza che il datore di lavoro attraversi una fase di criticità e destini risorse finanziarie per far fronte a debiti ritenuti più urgenti. Il reato, invece, sussiste anche quando il datore di lavoro, in presenza di una situazione di difficoltà economica, abbia deciso di dare preferenza al pagamento degli emolumenti ai dipendenti ed alla manutenzione dei mezzi destinati allo svolgimento dell’attività di impresa, e di pretermettere il versamento delle ritenute all’Inps o all’Erario per i tributi, essendo suo onere quello di ripartire le risorse esistenti all’atto della corresponsione delle retribuzioni in modo da adempiere prima al proprio obbligo contributivo, anche se ciò comporta l’impossibilità di pagare i compensi nel loro intero ammontare.
Tutto quanto ribadito, costituisce costante indirizzo di legittimità anche quello per cui, nel reato in esame, l’imputato può invocare la assoluta impossibilità di adempiere il debito di imposta, quale causa di esclusione della responsabilità penale, a condizione che provveda ad assolvere gli oneri di allegazione concernenti sia il profilo della non imputabilità a lui medesimo della crisi economica che ha investito l’azienda, sia l’aspetto della impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità tramite il ricorso a misure idonee, da valutarsi in concreto. E’ necessaria la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di una improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili.
Così richiamati i principi espressi dalla giurisprudenza, bisogna rilevare che il Collegio di appello non si è confrontato con i suddetti principi, redigendo al riguardo una motivazione del tutto inadeguata e generica, fondata essenzialmente sulla sussistenza del dolo generico e neppure valutando le numerose produzioni offerte dalla difesa.

Termine di decadenza semestrale per i pagamenti diretti della CIG in deroga


L’INPS con la circolare 22 agosto 2019, n. 120 illustra la disciplina che ha previsto l’estensione del termine decadenziale di sei mesi ai pagamenti diretti dei trattamenti di integrazione salariale in deroga.

Il comma 6-ter dell’articolo 44 del D.lgs n. 148/2018 prevede una nuova disciplina in materia di decadenza in caso di pagamento diretto, da parte dell’INPS, dei trattamenti di integrazione salariale in deroga.
Per i trattamenti di integrazione salariale in deroga, in caso di pagamento diretto della prestazione da parte dell’INPS, il datore di lavoro è obbligato ad inviare all’Istituto tutti i dati necessari per il pagamento dell’integrazione salariale, secondo le modalità stabilite dall’Istituto, entro il termine decadenziale di sei mesi previsto per il conguaglio o la richiesta di rimborso. Trascorso inutilmente tale termine, il pagamento della prestazione e gli oneri ad essa connessi rimangono a carico del datore di lavoro inadempiente.
Ne deriva che il termine decadenziale previsto in via generale per le integrazioni salariali anticipate dal datore di lavoro, è stato esteso anche alle prestazioni pagate direttamente dall’Istituto.
Di conseguenza, il termine dei sei mesi, previsto dalla novella legislativa, entro cui il datore di lavoro è obbligato ad inviare all’Istituto tutti i dati necessari per il pagamento della prestazione salariale, per il tramite del Mod. SR41, decorre dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del periodo concesso o dalla data in cui viene emesso il provvedimento di autorizzazione del trattamento da parte dell’Istituto, se successivo.
Per i trattamenti conclusi, invece, prima della data di entrata in vigore dell’articolo di legge in commento, il termine di decadenza dei sei mesi decorre dal 30 marzo 2019.
La nuova disciplina sul termine decadenziale in caso di pagamento diretto trova applicazione a tutte le tipologie di decreti di concessione di cassa integrazione guadagni in deroga, sia regionale che nazionale, inclusi quelli delle Province autonome di Trento e Bolzano, ad esclusione delle normative speciali con le quali è stata prevista la concessione di un’indennità pari al trattamento massimo di integrazione salariale (ad esempio, gli eventi sismici, le misure per il crollo del Ponte Morandi e le misure per i lavoratori del settore dei call-center).

L’INPS riconosce agevolazioni per i lavoratori di fibre ceramiche


Ai soggetti che hanno prestato attività lavorativa dipendente nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie si estende il beneficio previdenziale previsto in favore dei lavoratori esposti all’amianto. (INPS – Circolare 19 agosto 2019, n. 119).

Con la circolare in oggetto si forniscono le istruzioni applicative delle disposizioni che prevedono, a decorrere dall’anno 2018, il riconoscimento del beneficio previdenziale ai lavoratori che abbiano prestato la loro attività nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie.
Ai sensi dell’articolo 13, comma 8, della legge n. 257 del 1992, per i lavoratori che siano stati esposti all’amianto per un periodo superiore a dieci anni, l’intero periodo lavorativo soggetto all’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali derivanti dall’esposizione all’amianto, gestita dall’INAIL, è moltiplicato, ai fini delle prestazioni pensionistiche, per il coefficiente di 1,5.
A decorrere dal 1° ottobre 2003, il coefficiente stabilito dal citato comma 8 è ridotto da 1,5 a 1,25. Con la stessa decorrenza, il menzionato coefficiente moltiplicatore si applica ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime.
La norma in oggetto trova applicazione nei confronti dei soggetti che abbiano prestato, per almeno dieci anni, anche non consecutivi, attività lavorativa nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie, a prescindere dalla forma previdenziale obbligatoria a carico della quale è liquidato il trattamento pensionistico con il riconoscimento del seguente beneficio.
Il beneficio riconosciuto dalla norma in commento consiste nella rivalutazione dei periodi di lavoro svolto:
a. fino al 30 settembre 2003, nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie, per il coefficiente dell’1,5, ai fini del diritto e della misura del trattamento pensionistico;
b. successivamente al 30 settembre 2003, nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie, per il coefficiente dell’1,25, ai fini della misura del trattamento pensionistico.
Il beneficio è riconosciuto al momento della liquidazione della pensione, anche con il cumulo dei periodi assicurativi con decorrenza successiva al 31 dicembre 2017.
Ai fini della misura del trattamento pensionistico, il beneficio è riconosciuto solo sulla quota di pensione calcolata con il sistema retributivo.
Ai soggetti destinatari di benefici previdenziali che comportino, rispetto ai regimi pensionistici di appartenenza, l’anticipazione dell’accesso al pensionamento, ovvero l’aumento dell’anzianità contributiva, è data facoltà di optare tra i predetti benefici e quello di cui al presente punto. L’opzione è esercitata al momento della presentazione della domanda di pensionamento.
Per conseguire la pensione con il riconoscimento del beneficio sopra indicato, gli interessati in possesso dei prescritti requisiti devono presentare, unitamente alla domanda di pensione, la documentazione attestante lo svolgimento dell’attività lavorativa dipendente nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie per il periodo indicato dalla norma.
In fase di compilazione e trasmissione della domanda di pensione, per il riconoscimento del beneficio in argomento, è necessario selezionare – nella sezione “Dichiarazioni”, sotto “Richieste aggiuntive”, “Richieste particolari agevolazioni di legge” – la seguente tipologia di beneficio:
– “L’incremento dell’anzianità contributiva per i benefici previsti per i lavoratori che abbiano prestato attività lavorativa nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie (legge n.247/2017)”.
Inoltre, la domanda deve essere corredata dalla dichiarazione del datore di lavoro, resa su un apposito modello (AP138) predisposto dall’INPS, reperibile on line sul sito www.inps.it nella sezione “Tutti i moduli” > “Assicurato/Pensionato”, attestante i periodi di svolgimento delle attività nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione in argomento resi alle proprie dipendenze, con indicazione del contratto collettivo applicato, del livello di inquadramento attribuito, e delle mansioni svolte.
In caso di mancanza della suddetta dichiarazione per impossibilità oggettiva, per cessazione dell’attività, del datore di lavoro, il lavoratore può allegare alla domanda una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, attestante i periodi di svolgimento delle attività nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione in argomento, con indicazione del contratto collettivo applicato, del livello di inquadramento attribuito, e delle mansioni svolte.

Contributi all’Inps se non c’è la copertura Inarcassa

Con la recente Ordinanza n. 20571 del 31 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che qualora l’ingegnere o l’architetto non sia iscritto all’Inarcassa perché svolge l’attività libero-professionale in concomitanza con l’attività di lavoro dipendente è obbligato al versamento dei contributi alla gestione separata dell’Inps.

L’INPS ha disposto l’iscrizione d’ufficio alla Gestione Separata nei confronti dell’ingegnere che in concomitanza all’attività libero-professionale svolgeva anche attività di lavoro dipendente, contestando altresì l’omesso versamento dei contributi in relazione all’attività libero-professionale.
Il Tribunale adito ha confermato la legittimità della contestazione operata dall’INPS.
Su ricorso dell’ingegnere, la Corte di Cassazione ha preliminarmente osservato che in base allo statuto dell’INARCASSA, gli ingegneri e gli architetti che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie (come quella per lavoro dipendente), non possono essere iscritti all’ente previdenziale di categoria, e restano obbligati esclusivamente al versamento del “contributo integrativo” calcolato sul fatturato, che ha funzione solidaristica.
Per quanto concerne l’iscrizione alla Gestione Separata dell’INPS, in considerazione della ratio universalistica delle tutele previdenziali stabilita dalla normativa di riferimento, con norma di interpretazione autentica è stato chiarito che l’obbligo sussiste per i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di categoria, in base ai rispettivi statuti e ordinamenti. Di conseguenza, restano esclusi dall’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata Inps coloro che sono tenuti, presso gli enti previdenziali di categoria, al versamento di contributi suscettibili di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata prestazione previdenziale.
In conclusione, secondo i giudici della Suprema Corte, per gli ingegneri e gli architetti che in concomitanza con all’attività libero-professionale svolgono anche attività di lavoro dipendente, deve affermarsi la sussistenza dell’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata dell’Inps ed al relativo versamento di contributi, in considerazione del fatto che il cd. “contributo integrativo” cui sono tenuti in ragione dell’iscrizione all’albo ha funzione esclusivamente solidaristica.

Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps


Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps



Ai fini dell’iscrizione del socio amministratore di SRL alla Gestione commercianti, la prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, deve essere fornita dall’Inps e valutata dal giudice di merito in modo puntuale e rigoroso, sulla base di precisi elementi, quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni (Corte di Cassazione, ordinanza 26 luglio 2019, n. 20372).


Una Corte d’appello territoriale, confermando la decisione resa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto l’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL nei confronti dell’Inps, avverso la cartella esattoriale notificata per la riscossione di contributi e sanzioni per mancata iscrizione alla Gestione commercianti. La Corte territoriale aveva ritenuto la non ravvisabilità dei presupposti per la iscrizione del socio, già iscritto come amministratore alla Gestione separata (art. 2, co. 26, L. n. 335/1995), anche alla Gestione commercianti, non risultando l’attività lavorativa svolta dal medesimo nell’ambito di SRL, caratterizzata dal requisito della prevalenza con riguardo all’opera prestata nelle altre Società di cui era amministratore.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia della Corte di merito, in quanto la partecipazione al lavoro aziendale è riconducibile l’espletamento, oltre che di un’attività esecutiva o materiale, anche di un’attività organizzativa e direttiva, tuttavia distinguibile dall’attività di amministratore della società e destinata a concretarsi nel compimento di alcuni atti tipici riservati dalla legge.
Per la Suprema Corte il motivo non è fondato. L’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagna all’esercizio di attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’Inps, non è regolato dal principio dell’attività prevalente, trattandosi di attività distinte e, sotto questo profilo, autonome, sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nelle rispettive gestioni. Pertanto, deve ritenersi che ognuna delle due distinte attività debba essere valutata, ai fini dell’esistenza dell’obbligo contributivo secondo gli ordinari criteri, cosicché la sussistenza di un’attività comportante l’obbligo contributivo nei confronti della Gestione commercianti va valutata con i criteri che le sono propri (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996).
Orbene, la verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, potendo assumere rilevanza ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni. Quanto all’onere probatorio, che secondo le ordinarie regole grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo, esso deve essere compiutamente assolto.
Nel caso di specie, però, ciò non si concretizzava in quanto la Corte aveva correttamente rilevato che l’attività svolta dal socio implicava l’espletamento presso la SRL di compiti riconducibili al ruolo gestorio da questi ricoperto, contestualmente all’espletamento di analogo incarico presso altre società, escludendo, con accertamento di fatto in alcun modo investito di censura, l’obbligo del medesimo all’iscrizione presso la Gestione commercianti.


Precisazioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo


Si forniscono ulteriori istruzioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo dei lavoratori che prestano servizio in settori in cui non sono attive forme di previdenza complementare compartecipate dal datore di lavoro.


I dipendenti delle PA non possono esercitare l’opzione per l’esclusione dal massimale contributivo annuo nel caso in cui, in assenza di forme pensionistiche di settore, le stesse, comprese le Autorità indipendenti, abbiano istituito forme di previdenza per il proprio personale, con una quota di contribuzione a proprio carico, che integrano il trattamento di previdenza obbligatorio ai fini IVS.
I lavoratori che hanno esercitato l’opzione (articolo 21, DL n. 4/2019), e si avvalgono successivamente di forme di previdenza complementare compartecipate dal datore, in ragione di nuove previsioni legislative o contrattuali, saranno nuovamente assoggettati al massimale contributivo (articolo 2, comma 18, della legge n. 335/1995). L’applicazione del massimale decorre dal mese in cui si producono gli effetti dell’adesione alle suddette forme di previdenza, fatta eccezione per i lavoratori che abbiano acquisito nel frattempo lo status di “vecchio iscritto”.
I lavoratori assunti dal 1.1.1996 che acquisiscano, mediante domanda di riscatto del corso legale di laurea, anzianità contributiva pregressa a detta data, non sono soggetti all’applicazione del massimale annuo della base contributiva e pensionabile di cui al citato articolo 2, comma 18, a partire dal mese successivo a quello di presentazione della domanda di riscatto. L’acquisizione da parte dell’interessato dello status di “vecchio iscritto” è, tuttavia, subordinata, comunque, all’assolvimento del relativo onere economico (pagamento di almeno una rata), in mancanza del quale il lavoratore viene considerato nuovamente come “nuovo iscritto”, con conseguente applicazione con effetto retroattivo del massimale.
Nel caso di esercizio dell’opzione, il massimale contributivo è disapplicato a decorrere dal periodo retributivo successivo alla data dell’opzione, fermo restando il ripristino retroattivo del massimale nelle ipotesi in cui l’Istituto accerti la mancanza dei requisiti previsti dal decreto medesimo.
Dunque, l’iscritto, che abbia già prodotto una domanda di riscatto ancora in lavorazione ovvero che non abbia ancora provveduto al pagamento di almeno una rata dell’onere economico, può comunque esercitare l’opzione in parola. Tale esercizio non può essere interpretato come rinuncia alla domanda di riscatto in corso in quanto la prestazione di riscatto presenta una causa autonoma e non riconducibile alle finalità dell’opzione, di talché non si ravvisa incompatibilità tra le istanze.
Nell’ipotesi di revoca dell’istanza di riscatto o di mancato pagamento della prima rata di onere, il lavoratore, pur configurandosi nuovamente come “nuovo iscritto”, ha comunque diritto alla disapplicazione del massimale dal periodo retributivo successivo all’esercizio legittimo dell’opzione prevista. In questo caso, considerato che il ripristino dello status di “nuovo iscritto” determina l’applicazione retroattiva del massimale contributivo, il datore di lavoro è tenuto a sostituire i dati delle denunce contributive, riferite al periodo intercorrente dal mese successivo alla data di presentazione della domanda di riscatto di laurea al mese di esercizio dell’opzione.
L’invio delle denunce contributive a sostituzione consentirà, poi, il recupero dell’eventuale contribuzione versata in misura maggiore, fermo restando il termine prescrizionale ordinario di dieci anni previsto per le ipotesi di indebito oggettivo.
È onere del lavoratore informare il datore dell’esercizio della facoltà di riscatto, della revoca della domanda o dell’eventuale mancato pagamento della prima rata, nonché del non accoglimento della domanda stessa, affinché quest’ultimo possa adempiere correttamente agli obblighi contributivi.