Domestici: dal 1° al 10 aprile 2019 pagamento contributi 1° trimestre


L’Inps comunica che dal 1° al 10 aprile 2019 sarà possibile pagare i contributi del 1° trimestre 2019 dei lavoratori domestici.


I datori di lavoro domestico possono adempiere al pagamento dei contributi direttamente online tramite il portale dei pagamenti. Il servizio online prevede, attraverso il citato Portale, il pagamento dei contributi relativi a un singolo rapporto di lavoro con l’utilizzo del codice fiscale del datore di lavoro e il codice del rapporto di lavoro senza la necessità di possedere il PIN oppure il pagamento dei contributi relativi a uno o più rapporti di lavoro tramite il codice fiscale del datore di lavoro e il PIN, che può essere richiesto attraverso lo specifico servizio online. In questo caso la procedura permette di visualizzare tutti i rapporti di lavoro che fanno capo all’utente.
Una volta avvenuta l’autenticazione, è proposto l’importo complessivo per il trimestre in scadenza, calcolato in base ai dati comunicati all’assunzione o successivamente variati con l’apposita comunicazione.
Dopo aver visualizzato tale importo, l’utente potrà individuare la modalità preferita con la quale effettuare il pagamento, scegliendo:
– la modalità online pagoPA, con carta di credito, carta di debito oppure conto corrente bancario;
– il bollettino MAV inviato dall’INPS. Il bollettino può altrimenti essere generato direttamente online tramite il portale dei pagamenti all’interno della sezione lavoratori domestici; presso le aree di front office delle sedi INPS, utilizzando lo sportello automatico per il cittadino con autenticazione mediante tessera sanitaria;
– l’avviso di pagamento pagoPA generato online tramite il portale dei pagamenti all’interno della sezione lavoratori domestici.
In alternativa, è possibile rivolgersi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”.

Fondo di Tesoreria, la gestione dell’obbligo da parte delle aziende agricole


I chiarimenti Inps in merito alla procedura che le aziende agricole devono osservare al fine della gestione dell’obbligo di versamento della quota di Tfr maturata da ciascun lavoratore al Fondo di Tesoreria.


Come noto, al fine di ottimizzare il sistema di accertamento e riscossione dei contributi dovuti al Fondo di Tesoreria da parte delle aziende agricole con dipendenti, sulla scorta delle informazioni acquisite dall’Inps attraverso i dati contenuti nelle dichiarazioni trimestrali di manodopera (DMAG), è stato attribuito d’ufficio il codice di autorizzazione (CA) “1R” alle aziende che presentano una forza aziendale di almeno 50 dipendenti e che sono, pertanto, obbligate al versamento al predetto Fondo della quota di Tfr maturata da ciascun lavoratore a decorrere dal 1° gennaio 2007.
Al fine di agevolare le aziende e/o i loro intermediari, l’informazione dell’attribuzione del CA “1R” sarà visualizzabile nel “Cassetto Previdenziale Aziende Agricole”, all’interno della sezione “DATI AZIENDA”, “Codici Autorizzazione”.
Qualora l’azienda, alla quale non sia stato attribuito d’ufficio il CA “1R”, ritenesse di essere tenuta all’obbligo di versamento al Fondo, potrà comunicarlo all’Istituto attraverso apposita procedura telematica. La comunicazione dovrà essere effettuata per il tramite del “Cassetto Previdenziale Aziende Agricole”, selezionando “COMUNICAZIONI BIDIREZIONALI”, “Invio Comunicazioni”.
Parimenti, il datore di lavoro a cui è stato attribuito d’ufficio il CA “1R”, visualizzabile mediante la consultazione del fascicolo, laddove ritenesse di non essere tenuto all’obbligo di versamento, può chiedere l’eliminazione del predetto CA, che avverrà a seguito di apposita valutazione da parte della Struttura territoriale competente.

La verifica del doppio onere previdenziale in capo al socio amministratore di srl commerciale


Ai fini della valutazione della ricorrenza del “doppio onere” previdenziale (Gestione Commercianti e Gestione separata) in capo ad un socio amministratore, occorre una “coesistenza” di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria e il relativo onere probatorio, gravante sull’ente previdenziale, deve evidenziare la prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, sulla base di elementi quali: la complessità dell’impresa, l’esistenza di dipendenti, la loro qualifica e le loro mansioni.


Una Corte di Appello territoriale, confermando la decisione del Tribunale di prime cure, aveva accolto le opposizioni proposte, con separati ricorsi, da un socio di srl a due cartelle esattoriali con le quali l’Inps gli aveva chiesto il pagamento di contributi e relative somme aggiuntive dovuti alla Gestione Commercianti per un dato periodo. Ad avviso della Corte, correttamente il primo giudice aveva ritenuto che dalle risultanze istruttorie non fosse emersa la partecipazione personale del socio ed amministratore unico della srl al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.
Ricorre così in Cassazione l’Inps lamentando che la Corte di merito aveva erroneamente ritenuto che l’attività espletata dal socio rientrasse tra i compiti propri dell’amministratore di società operando, in tal modo, una commistione inaccettabile fra le funzioni proprie dell’amministratore e l’attività in qualità di socio.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. Per il “doppio onere”, infatti, occorre una “coesistenza” di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria e la relativa verifica, rientrante tra i compiti del giudice di merito, deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso. Così, è indispensabile che l’onere probatorio, gravante sull’ente previdenziale, evidenzi la prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, sulla base di elementi quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni.

Lavoratori somministrati a tempo indeterminato, la spettanza dell’ANF nei periodi di disponibilità


Il diritto all’assegno per il nucleo familiare per il lavoratore che percepisce l’indennità di disponibilità deriva dalle regole generali richiamate dalla stessa normativa del lavoro somministrato e necessita solo di una interpretazione sistematica, che tenga conto della evoluzione della disciplina del lavoro subordinato, atteso che al momento della introduzione della provvidenza in discorso la fattispecie del lavoro somministrato non esisteva


Una Corte d’appello territoriale aveva rigettato il gravame proposto dall’Inps avverso la sentenza che aveva accertato il diritto di un lavoratore a percepire gli assegni per il nucleo familiare (ANF) per tutta l’effettiva durata del rapporto di lavoro a tempo indeterminato alle dipendenze di un’agenzia di somministrazione di lavoro. La Corte aveva affermato che il lavoratore avesse diritto agli assegni anche durante i periodi nei quali era rimasto in attesa di assegnazione con percezione dell’indennità di disponibilità. Nel caso in esame, il sinallagma del rapporto di lavoro era in essere, in quanto, da un lato, il lavoratore si obbligava a rimanere a disposizione della agenzia pronto per essere inviato a prestare la propria attività presso l’impresa somministrata e, dall’altro, a fronte di tale obbligazione, l’agenzia si obbligava a corrispondere l’indennità di disponibilità, evidentemente al fine di garantirsi la pronta disponibilità di personale qualificato da inviare quanto prima presso l’utilizzatore.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione l’Inps, lamentando la violazione e falsa applicazione della legge, atteso che la corresponsione degli assegni per il nucleo familiare presupporrebbe, da una parte, lo svolgimento della prestazione, dato che la misura di essi varia a secondo del lavoro effettivamente prestato e, dell’altra, il diritto alla retribuzione.
Per la Suprema Corte il ricorso dell’Inps è infondato. Il contratto di somministrazione configura, infatti, un rapporto giuridico caratterizzato dalla presenza di tre soggetti: il somministratore o agenzia, il lavoratore e l’utilizzatore che concludono tra loro due distinti contratti. Il contratto di somministrazione è quello concluso tra l’agenzia e l’utilizzatore per l’invio di lavoratori presso l’utilizzatore che provvede a dirigerli verso il pagamento di un corrispettivo. Tale contratto può essere a termine o a tempo indeterminato. Diverso contratto è quello di lavoro somministrato, con cui il lavoratore si obbliga nei confronti dell’agenzia di somministrazione a lavorare alle condizioni previste dai contratti di somministrazione che essa stipula. Anche questo contratto può essere a tempo determinato o a tempo indeterminato. Orbene, il rapporto di lavoro intercorrente tra lavoratore e somministratore, resta in vita anche quando il lavoratore non è inviato in missione ma rimane in attesa di assegnazione. Rimane altresì la continuità giuridica, caratteristica della subordinazione, pur a fronte della discontinuità della prestazione. Ne deriva che negli intervalli di non lavoro, fra una missione e l’altra, quando il datore di lavoro somministrato non chiede al lavoratore di adempiere, si configura un obbligo a carico del datore i cui effetti sono disciplinati dalla stessa legge con la previsione, tra l’altro, nel caso di contratto stipulato a tempo indeterminato, del pagamento di un’indennità di disponibilità che ha natura retributiva e di corrispettivo dell’obbligazione della messa a disposizione del lavoratore. Attraverso la previsione dell’indennità di disponibilità, si materializza quindi la permanenza del legame funzionale tra somministratore e lavoratore, anche nei periodi tra una missione ed un’altra. I contributi su tale indennità sono versati nell’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti ed, in assenza di previsioni specifiche, va ritenuto che la stessa sia soggetta all’aliquota contributiva ordinaria, tra cui rientra anche la quota a titolo di CUAF.
Per quanto attiene all’istituto dell’assegno al nucleo familiare (ANF), il riconoscimento ai lavoratori somministrati anche nella fase di disponibilità risponde alle caratteristiche peculiari del lavoro somministrato a tempo indeterminato ed alla ratio dell’istituto. La situazione del lavoratore somministrato in situazione di disponibilità deve essere parificata ai fini in discorso a quella dei “lavoratori che prestano lavoro retribuito alle dipendenze di altri” (art. 1, co. 1, D.P.R. n. 797/1955). E’ infatti evidente che il dettato della risalente normativa non possa essere inteso in senso letterale e debba essere invece coordinato e rapportato anche con l’istituto del lavoro somministrato, solo successivamente introdotto nell’ordinamento.

Disoccupazione agricola: entro lunedì 1° aprile 2019 le domande


Poiché quest’anno il 31 marzo cade di domenica, è possibile trasmettere le domande volte ad ottenere l’indennità di disoccupazione agricola entro il 1° aprile, primo giorno successivo non festivo (Comunicato Inps 11 marzo 2019).


L’indennità di disoccupazione agricola è una prestazione economica a cui hanno diritto i lavoratori agricoli dipendenti e le figure equiparate.
L’indennità di disoccupazione spetta, nel dettaglio, ai lavoratori agricoli che abbiano:
– iscrizione negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli dipendenti, per l’anno cui si riferisce la domanda o un rapporto di lavoro agricolo a tempo indeterminato per parte dell’anno di competenza della prestazione;
– almeno due anni di anzianità nell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria (mediante l’iscrizione negli elenchi agricoli per almeno due anni o in alternativa con l’iscrizione negli elenchi per l’anno di competenza della prestazione e l’accreditamento di un contributo contro la disoccupazione involontaria per attività dipendente non agricola precedente al biennio di riferimento della prestazione);
– almeno 102 contributi giornalieri nel biennio costituito dall’anno cui si riferisce l’indennità e dall’anno precedente (il requisito può essere perfezionato mediante il cumulo con la contribuzione relativa ad attività dipendente non agricola purché l’attività agricola sia prevalente nell’anno o nel biennio di riferimento). Possono essere utilizzati, per raggiungere i 102 contributi, anche quelli figurativi relativi a periodi di maternità obbligatoria e congedo parentale, compresi nel biennio utile.
Per ottenere l’indennità di disoccupazione agricola, oltre a possedere i requisiti di legge, è necessario che il lavoratore agricolo presenti la domanda online entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello di competenza della prestazione. Poiché quest’anno il 31 marzo cade di domenica, è possibile trasmettere le domande entro il 1° aprile, primo giorno successivo non festivo. Non saranno ritenute valide, invece, le domande presentate in data successiva.
Le domande possono essere trasmesse all’INPS tramite:
– il servizio online accessibile direttamente dal cittadino dotato di SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) almeno di livello 2, PIN dispositivo o CNS (Carta Nazionale dei Servizi);
– gli enti di patronato;
– il Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile.

INPS: aggiornamento delle procedure per liquidare la pensione quota 100


Si forniscono alcune indicazioni sull’aggiornamento dei sistemi di gestione del conto e di liquidazione della cosiddetta quota 100.


Per consentirne l’individuazione, le pensioni in parola sono state identificate con un codice specifico. Pertanto, il campo “benefici particolari” dell’ex EAP e del folder “Maggiorazione/Benefici di IVSReing viene valorizzato con il codice “14”, decodificato come “Quota 100” DL 4/2019. Il codice viene memorizzato nel database nei campi in GP1AV61 e GP2PBBPAR.
Per gestire il regime delle decorrenze (+3/+6 mesi dalla data di perfezionamento diritto), è stato previsto il nuovo campo “Dipendente pubblico” da valorizzare con SI/NO. L’informazione viene valorizzata: dal sistema UNICARPE (FELPE), nel caso di liquidazione in modalità automatica; dall’operatore in caso di liquidazione in modalità manuale.
Le procedure sono state aggiornate per gestire l’incumulabilità con i redditi da lavoro, infatti, la cosiddetta pensione quota 100 non è cumulabile con i redditi da lavoro dipendente o autonomo, ad eccezione di quelli derivanti da lavoro autonomo occasionale nel limite di 5.000 Euro lordi annui per il periodo compreso tra la data di decorrenza della pensione e la data di maturazione del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia. I redditi derivanti da qualsiasi attività lavorativa svolta, anche all’estero, successivamente alla decorrenza della pensione e fino alla data di perfezionamento della pensione di vecchiaia prevista nella gestione a carico della quale è stata liquidata la pensione in questione, comportano la sospensione dell’erogazione del trattamento pensionistico nell’anno di produzione di detti redditi. Dunque, nel caso di redditi prodotti nei mesi dell’anno precedenti il perfezionamento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia, l’erogazione del trattamento pensionistico è sospesa nel sudetto periodo.
Per la gestione della incumulabilità in argomento è stata istituita la nuova rilevanza 29= INCUMULABILITA’ QUOTA 100: rigo 10 = lavoro autonomo e dipendente (escluso autonomo occasionale art. 2222 c.c.). In questa voce deve confluire sia il reddito da lavoro dipendente, sia il reddito da collaborazione coordinata e continuativa sia reddito da lavoro autonomo; rigo 11= lavoro autonomo occasionale art. 2222 c.c.
I redditi derivanti dallo svolgimento, anche all’estero, di qualsiasi attività lavorativa successivamente alla decorrenza della pensione e fino alla data di decorrenza teorica della pensione di vecchiaia prevista nella gestione a carico della quale è stata liquidata la pensione “quota 100”, comportano la sospensione dell’erogazione del trattamento pensionistico nell’anno di produzione dei redditi.


INPS: verifica dei requisiti per il pagamento delle prestazioni


Si forniscono alcune precisazioni in ordine alle modalità di liquidazione delle prestazioni economiche per invalidità civile, cecità civile, sordità civile e indennità di accompagnamento.


I requisiti amministrativi la cui carenza deve essere eccepita nella fase dell’accertamento tecnico preventivo sono i seguenti: mancata presentazione della domanda amministrativa; decadenza dell’azione giudiziaria; mancanza del requisito dell’età all’atto della domanda amministrativa o all’atto dell’insorgenza dello stato invalidante dichiarato dal giudice; difetto del requisito reddituale o del requisito del mancato svolgimento di attività lavorativa, se già conosciuti dal funzionario. Il funzionario difensore dell’Inps è chiamato a sollevare le diverse eccezioni (che integrano la mancanza dell’interesse ad agire o altre cause di inammissibilità ovvero improcedibilità del ricorso) nella memoria di costituzione in fase di ATPO, eccezioni che dovranno essere ribadite in udienza. Laddove però, nonostante le eccezioni ritualmente formulate, il giudice disponga ugualmente la CTU medico legale, il funzionario, nel caso in cui la CTU sia sfavorevole all’Istituto, dovrà depositare in cancelleria formale dissenso. Ciò in ragione dell’acclarato principio secondo il quale la manifestazione di dissenso è esercitabile sia per motivi sanitari che per motivi extra sanitari e di quello per cui è soltanto la proposizione del dissenso che impedisce che la CTU sia omologata dal giudice.
L’Inps, quindi, raccomanda di esprimere il necessario dissenso avverso la relazione del consulente tecnico d’ufficio sfavorevole all’Istituto medesimo nel caso in cui il giudice, nonostante l’eccezione sollevata da parte del funzionario Inps, abbia comunque dato corso alla perizia.
I funzionari preposti alla liquidazione della prestazione a seguito di decreto di omologa, verificheranno la presenza dei requisiti amministrativi. Pur in presenza del presupposto sanitario, non si procederà alla liquidazione della prestazione economica nell’ipotesi in cui non sia stata presentata la domanda amministrativa oppure laddove manchino gli altri requisiti di legge, sopra elencati, con riferimento ai quali deve essere presentata eccezione nel giudizio per ATPO, nonché il successivo dissenso.


Nel testo di conversione del D.L. 4/2019 anche novità previdenziali e in materia di Cig


Nel testo di conversione del D.L. 4/2019 anche novità previdenziali e in materia di Cig



Nella seduta del 27 febbraio, il Senato ha approvato il testo del DdL di conversione del D.L. 4/2019, che quindi passa al vaglio della Camera dei Deputati. In appresso si evidenziano le novità riguardanti la sospensione dei trattamenti previdenziali per il caso di lavoratori condannati a pena detentiva e che si siano volontariamente sottratti all’esecuzione, nonchè alcuni aspetti della cassa integrazione guadagni.


In sede di conversione, di rilievo è l’introduzione della sanzione accessoria della sospensione del pagamento dei trattamenti previdenziali di vecchiaia e anticipati erogati dagli enti di previdenza obbligatoria, ai soggetti condannati a pena detentiva con sentenza passata in giudicato per i reati reati connessi al terrorismo e all’eversione (associazione, attentato, sequestro di persona), associazione mafiosa, scambio elettorale politico-mafioso, strage, nonché per ogni altro delitto per il quale sia stata irrogata, in via definitiva, una pena non inferiore a due anni di reclusione, che si siano volontariamente sottratti all’esecuzione della pena. La medesima sospensione si applica anche nei confronti dei soggetti evasi o per i quali sia stato dichiarato lo stato di latitanza. I provvedimenti di sospensione sono adottati con effetto non retroattivo dal giudice e comunicati dal pubblico ministero, entro il termine di quindici giorni dalla loro adozione, all’ente gestore dei rapporti previdenziali e assistenziali facenti capo al soggetto sanzionato. La sospensione della prestazione previdenziale può essere revocata dall’autorità giudiziaria che l’ha disposta, previo accertamento del venir meno delle condizioni che l’hanno determinata. Ai fini del ripristino dell’erogazione degli importi dovuti, l’interessato deve presentare domanda al competente ente previdenziale allegando ad essa la copia autentica del provvedimento giudiziario di revoca della sospensione. Il diritto al ripristino decorre dalla data di presentazione della domanda e della prescritta documentazione all’ente previdenziale e non ha effetto retroattivo sugli importi maturati durante il periodo di sospensione. Sempre in materia previdenziale, sono previsti l’incremento del numero massimo di rate (passate da 60 a 120) accordate in caso di riscatto dei periodi non coperti da contribuzione e le norme in materia di trasparenza per cui gli enti erogatori di trattamenti pensionistici hanno l’obbligo di fornire a tutti i soggetti percettori precisa e puntuale informazione circa eventuali trattenute relative alle quote associative sindacali.
Novità infine anche in relazione ai trattamenti di cassa integrazione guadagni. Innanzitutto, la proroga in deroga, anche per l’anno 2020, del periodo di cassa integrazione guadagni straordinaria per riorganizzazione o crisi aziendale. Quindi, la previsione di acconti per sei mensilità di integrazione salariale straordinaria, al fine di garantire la continuità del sostegno al reddito dei lavoratori sospesi da imprese operanti in più regioni con un organico superiore a 500 unità lavorative e con gravi ricadute occupazionali, concentrate nelle aree di crisi complessa, conseguenti alle difficoltà di implementazione delle azioni di riorganizzazione e di accesso alle fonti di finanziamento. Ancora, per i trattamenti di integrazione salariale in deroga, in caso di pagamento diretto della prestazione da parte dell’Inps, la previsione che il datore di lavoro sia obbligato ad inviare all’Istituto tutti i dati necessari per il pagamento dell’integrazione salariale, secondo le modalità stabilite dall’Istituto, entro lo stesso termine di sei mesi previsto per il conguaglio o la richiesta di rimborso; trascorso inutilmente tale termine, il pagamento della prestazione e gli oneri ad essa connessi rimangono a carico del datore di lavoro inadempiente. Infine, il rifinanziamento delle misure di sostegno al reddito per i lavoratori dipendenti dalle imprese delsettore dei call center.


Aziende agricole, le aliquote contributive applicate agli OTI e agli OTD per l’anno 2019



Le aliquote contributive applicate, per l’anno 2019, alle aziende che operano nel settore dell’agricoltura, che impiegano operai a tempo indeterminato e a tempo determinato ed assimilati.


Con riferimento alla generalità delle aziende agricole, a decorrere dal 1° gennaio 1998, le aliquote contributive dovute al Fondo pensioni lavoratori dipendenti (FPLD) dai datori di lavoro che impiegano operai a tempo indeterminato e a tempo determinato ed assimilati, sono elevate annualmente della misura di 0,20 punti percentuali, per la quota datoriale, sino al raggiungimento dell’aliquota complessiva del 32%, a cui si deve aggiungere l’incremento già previsto di 0,30 punti percentuali. Risulta, invece, esaurito l’adeguamento dell’aliquota contributiva a carico del lavoratore in quanto la stessa ha già raggiunto la misura piena. Per l’anno 2019, quindi, l’aliquota contributiva di tale settore è fissata nella misura complessiva del 29,10%, di cui l’8,84% a carico del lavoratore.
In relazione invece ai contributi dovuti al FPLD dalle aziende singole o associate di trasformazione o manipolazione di prodotti agricoli zootecnici e di lavorazione di prodotti alimentari con processi produttivi di tipo industriale, l’aliquota ha raggiunto, nell’anno 2011, la misura complessiva del 32%, cui si è aggiunto l’aumento di 0,30 punti percentuali.
Anche le aliquote Inail sono invariate, sicchè, a decorrere dal 1° gennaio 2001, i contributi per l’assistenza infortuni sul lavoro sono fissati nelle seguenti misure.









Contribuzione

Misura

Assistenza Infortuni sul Lavoro 10,1250%
Addizionale Infortuni sul Lavoro 3,1185%



Infine, le agevolazioni per zone tariffarie nel settore dell’agricoltura non hanno subito variazioni per l’anno 2019.























Descrizione del territorio

Agevolazione

Dovuto

Territorio non svantaggiato del Centro/Nord (ex fiscalizzato Nord) 0 100%
Territorio svantaggiato del Sud compreso Abruzzo, Molise e Basilicata, ob.1 Reg. CE (ex Cassa del Mezzogiorno) 68% 32%
Territorio svantaggiato del Centro/Nord (ex svantaggiato Nord) 68% 32%
Territorio svantaggiato del Sud (ex svantaggiato Sud) 68% 32%
Territorio particolarmente svantaggiato (ex zona montana) 75% 25%


 

Detenuti che svolgono attività lavorativa nell’Istituto penitenziario e NASpI


Si forniscono precisazioni sull’erogabilità della prestazione di disoccupazione NASpI per i detenuti impegnati in attività di lavoro presso l’Istituto penitenziario ove si trova ristretto.


Negli Istituti penitenziari devono essere favorite la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale e che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato. La durata delle prestazioni lavorative non può superare i limiti stabiliti dalle leggi vigenti in materia di lavoro e sono garantiti il riposo festivo, il riposo annuale retribuito e la tutela assicurativa e previdenziale.
Relativamente ai diritti dei detenuti che svolgono attività lavorativa alle dipendenze dell’Istituto penitenziario, la giurisprudenza ha affermato che, l’attività lavorativa svolta dal detenuto all’interno dell’Istituto penitenziario ed allo stesso assegnata dalla Direzione del carcere non è equiparabile alle prestazioni di lavoro svolte al di fuori dell’ambito carcerario e, comunque, alle dipendenze di datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria; tale attività ha caratteri del tutto peculiari per la sua precipua funzione rieducativa e di reinserimento sociale e per tale motivo prevede la predisposizione di graduatoria per l’ammissione al lavoro ed è soggetta a turni di rotazione ed avvicendamento che non possono essere assimilati a periodi di licenziamento che, in quanto tali, danno diritto all’indennità di disoccupazione.
Orbene, ai soggetti detenuti in Istituti penitenziari, che svolgano attività lavorativa retribuita all’interno della struttura ed alle dipendenze della stessa, non può essere riconosciuta la prestazione di disoccupazione in occasione dei periodi di inattività in cui essi vengano a trovarsi.
Diversamente, gli stessi hanno diritto all’indennità di disoccupazione da licenziamento nel caso in cui il rapporto di lavoro si sia svolto con datori di lavoro diversi dall’Amministrazione penitenziaria.
I medesimi detenuti che già godevano del diritto all’indennità di disoccupazione prima che iniziasse lo stato di detenzione, continuano ad averne diritto anche durante il periodo di detenzione, salvi i casi di revoca giudiziale della prestazione.